Recensioni

La aspettavamo al varco, Rachel Agatha Keen. Classe 1997, la cantautrice del sud di Londra nata da padre inglese e madre svizzera e ghanese ha conquistato il pubblico europeo e britannico due anni fa – con tanto di incetta di Brit Award – con il primo vero e proprio album, My 21st Century Blues, arrivato dopo aver conquistato la libertà di creare e pubblicare la musica che desidera in seguito a un breve (ma soffocante) periodo sotto contratto con la Polydor. Nel 2025 il singolo WHERE IS MY HUSBAND! (sì, tutto maiuscolo) le ha aperto ulteriori porte grazie a un notevole airplay radiofonico, dovuto a una performance vocale impeccabile, un’ironia contagiosa e una commistione azzeccata tra suoni moderni e vintage (le vibes sono le medesime di Back to Basics di Christina Aguilera, in particolare di Ain’t No Other Man, sebbene non siano fuori luogo gli accostamenti con la Amy Winehouse di Back to Black), ma poco poteva far presagire un’opera imponente, ambiziosa, enciclopedica nel suo fondere continuamente stili e suggestioni, smisurata e gargantuesca come THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE.
Strutturato come un film o come un musical, con tanto di parti narrate, recitate, presentazioni di musicisti e, alla fine, i titoli di coda con tutti i collaboratori elencati, l’album (il CD è singolo, il vinile doppio) è un tour de force di oltre 70 minuti e con diciassette tracce, tra cui un prologo e un epilogo. Una storia, un percorso di analisi scandito dal passare delle stagioni: non qualcosa di inedito nel mondo del pop (lo dimostra il classic album Four Seasons of Love di Donna Summer, prodotto dalla coppia d’oro Moroder – Bellotte, che però era composto da quattro lunghi brani) ma non per questo meno efficace e avvincente. Qualcuno ricorderà quando Prince pubblicò Lovesexy: la prima edizione su CD conteneva un’unica traccia da oltre quaranta minuti (i nemici, allora, erano l’home taping e la funzione shuffle dei lettori di compact disc). Qualcun altro ricorderà Terence Trent D’Arby spiegare nelle note del libretto di Neither Fish Nor Flesh che i brani erano disposti in quel modo perché lui desiderava così ed era così che andava ascoltato. La struttura stessa di THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE. impedisce all’ascoltatore di spiluccare qua e là, di inserire singoli brani in playlist privandoli del loro contesto, ed esige una costante attenzione. Un Sandinista (o un Tusk) meno farraginoso in chiave pop/soul? O un ibrido tra Songs in the Key of Life di Stevie Wonder e il musical su Imelda Marcos (Here Lies Love) di David Byrne e Fatboy Slim, magari in chiave disneyana? Ci arriviamo. Mettetevi comodi.
Si inizia dall’autunno e si termina con l’esplosione di gioia e la rinascita dell’estate, toccando una varietà di stili che ha pochi eguali nella musica odierna. «La musica è una medicina, l’ho sempre detto», ha dichiarato RAYE. «Credo di essere nel bel mezzo del processo di creazione di una medicina per me stessa da poter condividere con il mondo. Voglio che tutti noi diciamo a noi stessi che andrà tutto bene, e io avrò fiducia nei semi che ho piantato sotto la neve. Volevo creare qualcosa che fosse un abbraccio, un letto o un posto accogliente per quella persona che ne ha bisogno». E c’è riuscita. Non c’è spazio per i piagnistei, il tutto viene affrontato di petto ma puntando talvolta su immagini curiose, mettendo in mezzo delle gag, lavorando sul mood di ogni singola performance.
Nell’intro Girl Under the Grey Cloud la voce narrante di RAYE individua un setting: siamo alle 2.27 del mattino, nel bel mezzo di un diluvio a Parigi, la ragazza è senza ombrello e ha bevuto sette Negroni. Poi arriva l’orchestra a creare un clima solenne e drammatico in I Will Overcome. (tutti i titoli terminano con un punto, tranne WHERE IS MY HUSBAND!). «C’è un sottile velo grigio che avvolge il suo orizzonte / il muro tra la speranza e la disperazione / Lei è lì, al di là di quel muro / Lei ce la farà», tra una citazione di Amy e una di Edith Piaf. Improvvisamente siamo in territorio Diana Ross and the Supremes (e c’è un vago sentore anche di Good Thing dei Fine Young Cannibals) nella giocosa Beware… The South London Lover Boy, per poi approdare a un pop-R&B nel comedy drama di The Whatsapp Shakespeare, una storia di manipolazione sentimentale che scomoda il mito di Eva e del serpente e riferimenti biblici – per rendere il tutto più esagerato, il seduttore usa espressioni arcaiche come Wherefore Art Thou, True Love?. Winter Woman rappresenta un capitolo della vita di RAYE in cui ha nuotato tra rimpianti e dolori personali, e anticipa uno dei momenti più brillanti dell’opera, Click Clack Symphony, con la partecipazione di Hans Zimmer. “La canzone parla dei rumori che fanno i tacchi alti. Parla di quei momenti della vita in cui hai bisogno che i tuoi migliori amici o i tuoi fratelli ti trascinino fuori di casa dicendoti: «So che non sei al meglio in questo momento, ma dobbiamo uscire». Che fortuna avere nella nostra vita persone che ci aiutano nei momenti bui”.
Il tema del conforto torna nella successiva I Know You’re Hurting, che inizia dolente ricordando le confessioni di Adele per poi tramutarsi in una cotonata rock ballad anni 80 tra T’Pau e Purple Rain di Prince (ascoltare per credere: spettacolare l’esibizione live agli Abbey Road Studios). Neanche il tempo di stemperare il clima e riportarci al presente con la house di Life Boat. che subito siamo negli anni 40 con I Hate the Way I Look Today., che rievoca Ella Fitzgerald come Madonna creava connessioni con Carmen Miranda e Betty Boop in I’m Breathless. Il brano, ha spiegato RAYE, riguarda la lotta quotidiana con l’immagine che abbiamo di noi stessi e con quella voce critica che a volte risuona dentro di noi.
Oltre ad Hans Zimmer troviamo un altro ospite di lusso, Al Green, nella dolceamara Goodbye Henry. Nonostante la durata è difficile trovare veri e propri riempitivi – giusto Skin and Bones si perde un po’ nella mischia, così come Fields necessita di più ascolti per farsi comprendere e assimilare. Quest’ultimo brano vede la partecipazione del nonno dell’artista ed è un inno alla famiglia e ai ricordi, una riflessione sul peso dell’età adulta, sui rimpianti e sulle pressioni della vita lontane dalla gioia dell’infanzia. Qui la musica diventa non solo una medicina, ma un ponte tra le generazioni. Altre canzoni di spicco sono Nightingale Lane., già estratta come singolo, e Joy. (con Amma e Absolutely) che singolo quasi sicuramente lo diventerà. Non fosse altro per il sample di James Brown e l’energia contagiosa che sprigiona. Happier Times Ahead è la luce accecante dopo il buio del tunnel – le difficoltà riguardano tutti, giovani e meno giovani, ma temporanee. La vita può essere difficile, ma gioia, amore e giorni migliori sono all’orizzonte. Non può piovere per sempre, insomma.
THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE. è un viaggio intimo e terapeutico per RAYE, che si dimostra un’artista ambiziosa, con le idee chiare, irrequieta, una storyteller avvincente, un’attrice di cabaret, una cantante talentuosa che cura alla perfezione ogni minimo particolare. Un po’ com’è accaduto con Lux di Rosalia, l’era dello streaming e dello scrobbling forsennato sta spingendo le star più audaci a non farsi intrappolare e a scavalcare le regole, alzando sempre più l’asticella. Chi l’ha detto che i concept album sono cose del passato? Uno dei lavori più entusiasmanti del primo trimestre 2026 che si candida già a tenerci compagnia fino a fine anno.
Amazon
