Recensioni

6.8

Nel 2018 Neil Young ha pubblicato “soltanto” due live d’archivio, niente dischi nuovi: tanto a mantenere la media di circa uno all’anno tenuta nell’ultimo decennio ci pensavano gli anni in cui è stato capace di pubblicarne due (nella fattispecie il 2012, il 2014 e in un certo senso anche il 2017). Musa inaridita? Figuriamoci: ecco qui un disco nuovo che, dopo quelli in cui si è fatto accompagnare da The Promise Of Real, vede il ritorno dei Crazy Horse, visti l’ultima volta con lui nel 2012 dell’epico ed ispirato Psychedelic Pill e relativo tour.

C’è però una novità: tra i ranghi del Cavallo Pazzo lo storico Frank “Poncho” Sampedro (ritiratosi alle Hawaii) è stato rimpiazzato da Nils Lofgren, assente dalla corte di Young dal 1982 (tolta la partecipazione al notevole Unplugged) a causa della sua lunga militanza nella E-Street Band (quella). Ma è una novità per modo di dire: il disco è 100% Young e i Crazy Horse sono i soliti, espressivamente imprecisi, meno vari dei Promise of The Real ma più adatti per seguire l’autore in questo catalogo dei suoi stili noti dal quale sono assenti sperimentazioni tipo le orchestre di Storytone, i rumori di Le Noise, l’apertura con un brano di mezz’ora del succitato disco del 2012 con i CH (e mettiamoci anche la cabina acustica di A Letter Home o i rumori della natura del live Earth), e invece restano i suoi temi preferiti come l’amore, uno sguardo sul mondo di un’innocenza (un po’ reale, un po’ agognata) incantata dalla natura, l’ecologia, lo sguardo ai rapporti umani passati.

Così Think Of Me apre con buon passo come faceva Don’t Cry No Tears su Zuma, mentre l’autore ci annuncia «vivrò a lungo e sono felice di riferirtelo»; She Showed Me Love è uno dei pezzi rumorosi del disco (quasi a livello Ragged Glory) nei 13 minuti del quale il loner ci racconta di «bianchi che provano a uccidere madre natura», «giovani che provano a salvarla» e «madre natura che porta la Terra in passeggino» ma, invece di farlo sul classico schema younghiano intro+strofa+strofa+ritornello+assolo sul giro della strofa+strofa/ritornello/assolo a piacimento, stavolta aspetta di finire il testo prima di far partire una lunga coda nella quale il titolo viene ripetuto come una litania per un numero di volte infinito (superiore a quello degli «again» di A Forest dei Cure sommato a quello dei «solo una terapia» di Curami dei CCCP), mentre il gruppo non si abbandona alle consuete cavalcate distese ma sceglie la via dell’incursione, per così dire, attacca e si ritira con un senso della dinamica d’insieme cementato nei decenni. E si prosegue tra l’andamento-Winterlong di una Olden Days che parla di come i rapporti passati possano essere fatti vivere oggi, le durezze della baldanzosa Help Me Lose My Mind (dove torna la televisione come strumento per guardare la realtà) e Shut It Down (dove il “sistema da spegnere” non è quello del computer, nonostante i termini usati, ma quello che regge un mondo fatto di «meat factories», supponiamo sia reali che metaforiche), di un giro di piano irregolare come quello di Eternity (l’amore per Daryl Hannah, sua nuova moglie, e un verso fricchettonissimo come «woke up this morning in a house of love») e un inno corale pro-differenze come Rainbow Of Colors.

Le cose migliori di un disco che rischia di suonare un po’ troppo classico (anche se è comprensibile, visto che l’autore ha 73 anni e in carriera non si è certo adagiato), però, si trovano nelle delicatezze di Green Is Blue (di nuovo l’allarme ecologico, su un altro giro di piano efficacemente irregolare), del bel singolo Milky Way (ancora sull’amore per la Hannah – «there’s a mermaid in the milky way» sembra un riferimento a Splash, 1984, uno dei successi dell’attrice – timbrato da uno dei suoi soli classici) e della sommessa ballata conclusiva I Do (che su un andamento da highway percorsa con andatura da pensieri e riflessioni chiude il disco chiedendosi «Why do I believe in you?»); brani che magari non hanno la bellezza classica, palese ed essenziale dei classici younghiani, ma la cercano per strade più oblique, crescendo con gli ascolti e salvando l’album dalla prima, non piacevole impressione di essere uno di quei dischi né brutti né belli.

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