Recensioni

6.4

Neil Young non può essere certo definito uno sperimentatore. Nella sua carriera si è limitato – si fa per dire – ad esplorare il proprio linguaggio sostanzialmente folk rock ed i suoi riflessi anche distorti nell'immaginario popolare, bazzicando estremi soul e punk con sporadiche digressioni noise ed electro, queste ultime a dire il vero abbastanza dimenticabili. Nei suoi ultimi lavori ci s'imbatte spesso in un piglio lo-fi che potremmo quasi definire dopolavorista, sorta di noncuranza programmatica che pone l'accento sullo zampillio ruspante del verbo rock in brusca opposizione alla professionalità standard di tanta produzione contemporanea. I risultati quasi mai sono stati all'altezza del passato, ma se non altro tradiscono un'ansia di cavalcare musica che va al sodo senza niente concedere ad autoindulgenze e narcisismi vari, e che ci ha condotti di gran carriera all'album numero 34 – !!! – firmato dall'ineffabile canadese, per l'occasione di nuovo in sella ai sempre dirompenti Crazy Horse.

Con Americana però Young scopre ancora più le carte del suo gioco e ci offre una tappa nuda e cruda del suo "journey through the past", pescando dal calderone della memoria (personale e collettiva) undici pezzi che hanno accompagnato in modi e tempi diversi la Storia – appunto – americana. Molti i pezzi definibili come traditional (una Oh Susanna irruente come una trafelata rilettura di Venus, la macabra baldanza di Gallows Pole, una ombrosa She'll Be Coming Round the Mountain e l'innodia fiera di This Land Is Your Land con nientepopodimeno Stephens Stills ai cori…), ma anche doo wop proletari (Get A Job) e archetipi psych-folk (una intensa High Flyin' Bird). Agli antipodi dell'impeto fracassone di Clementine e Travel On – non lontane dallo sferragliare scomposto di Ragged Glory – c'è una Wayfarin’ Stranger a lume di candela, quasi a mettere l'accento sul dark side di questo carosello che è sì "funky", come puoi sentire pronunciare dallo stesso Neil "off the record", ma anche grave come un controcanto a quest'epoca di crisi prima di valori che economica.

Stesso spirito che anima il film A Day At The Gallery, ideato e diretto da Young (col consueto moniker Bernard Shakey), realizzato con la supervisione artistica di Shepard Fairey (l'autore del celebre poster in tricromia di Obama) e visibile sul sito ufficiale: il taglio vagamente ispirato a The Artist e le canzoni a fare sottofondo di reperti cinematografici come fantasmi di un'epopea tragica e formidabile. Operazione nel complesso interessante oltre i meriti strettamente musicali, i quali comunque testimoniano il buon stato di forma del vecchio lupo grigio. Non stupiscono quindi i rumors circa un imminente nuovo album di inediti, sempre coi Crazy Horse.

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