Recensioni

Dalle turbe cinematiche dei Marlowe ai fantasmi noir terrigni di quelli che sbocciano copiosi da quella sorta di western nostrano che è la Sicilia, così come insegna il più quotato acchiappamostri del nostro rock altro, Cesare Basile, col quale Salvo Ladduca – titolare del progetto Nazarin, nome preso in prestito da una pellicola di Luis Buñuel – ha collaborato non poco. C’è dunque la reinvenzione potente e intensa di questa frontiera satura di conflitti e mistero, attraversata da processioni a cuore cupo (Radice mangia radice, la toccante Un intero giorno) e ballate roventi (la tumultuosa title track, il lirismo a chitarre spiegate di Sugli aghi), che il canto registrato su un timbro apprensivo e spesso laconico spennella di ombre ulteriori (come tra le vampe wave di Veglia sui nostri figli).
Il rischio è che senza la personalità d’un Basile questo immaginario possa avvitarsi in un eccesso di cupezza, finendo per suonare romanzesco fino all’artificio. Eventualità scongiurata dalla presenza di episodi più delicati e suggestivi come Per quello che ho fatto (miraggio Sursumcorda in estasi Yo La Tengo), Una preghiera semplice (da qualche parte tra Dirty Three e Neil Young) e Tre lune (il De André di Rimini in area CSI), che allargano l’inquadratura ad una tenerezza certo più conciliante, però non meno densa di visioni. Un esordio di alta qualità.
Amazon
