Recensioni

Non è che la prima parte di King’s Desease, lo scorso anno, ci avesse particolarmente esaltato: era un disco buono, a tratti anche molto buono, ma con la testa completamente girata (anche e soprattutto a livello produttivo) verso quegli anni Novanta che hanno visto la grandezza di Nas; e, soprattutto, diverse barre abbastanza fuori luogo. Insomma, se il talento c’era – e c’è sempre stato – ed era lì da saggiare ancora una volta, l’ispirazione non sembra(va) granché fulgida. All’annuncio di questo secondo capitolo quindi diciamo che il sopracciglio si è alzato senza particolare entusiasmo. E invece.
E invece succede che King’s Desease II è probabilmente e alquanto inaspettatamente il miglior album di Nas da diversi anni a questa parte. Anzitutto perché di cacate no-vax, misogine o inutilmente razziste a sto giro non c’è traccia. Ma soprattutto perché ad una decisa svecchiata nel parco beat fa seguito un rap in forma strepitosa, più lucido e affilato nell’approfondire di tutto e di più. Nas affonda la penna nelle dinamiche dei suoi processi creativi (Pressure), riflette sulla fama abbandonandosi a tentazioni escapiste (Nobody, con una splendida e orgogliosa Lauryn Hill) oppure ancora parla di hip hop culture con un’aura da sopravvissuto che scavalca la nostalgia. È il caso di East Coast Row, con accorato campione di Biggie in coda. Un panzer irresistibile, con un beat super ballabile che sembra prodotto dai Chinese Man. Qui il testo ripercorre quel preciso momento degli anni Novanta in cui, in pieno beef tra i due poli del rap USA, sembrava che la Death Row potesse estendersi anche alla East Coast, prima che la morte di Tupac cambiasse tutto e la Label collassasse su sé stessa e sulle magagne di patron Suge. Insomma, se i virtuosismi nel flow sono sempre stati il suo pane, era da un bel po’ di tempo che non sentivamo l’Uomo così lucido e a segno.
Anche le collaborazioni funzionano alla grande, su tutte ovviamente il tandem con la regina Lauryn Hill, ma anche il rimaneggiamento di EPMD è tanta roba: qui Eminem in coda tiene un flow serratissimo dei suoi, cosa che non fa più notizia da almeno vent’anni ma si lascia sempre ascoltare volentieri. Le produzioni di Hit-Boy sono sempre ottime e croccanti: le sfoglie classy, come i loop di matrice r&b della romanticata di ottimo gusto No Phony Love, si danno il cambio con curiosi beat-switch, vedi EPMD 2 e Rare, e non mancano anche cose più fresche e moderne come YKTV. Insomma, temevamo di ascoltare le b-sides di un disco già non troppo esaltante, e invece ci ritroviamo tra le orecchie uno dei papabili dischi hip hop dell’anno. Alla fine ha sempre ragione lui.
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