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7.4

The Neon Gate è l’album che segna il ritorno dei canadesi Nap Eyes, a distanza di quattro anni da Snapshot of a Begginer (Jagjaguwar), album che aveva cristallizzato il tiro del progetto sempre sospeso tra il pragmatismo dei Silver Jews e l’inafferrabilità di Daniel Johnston.

La nuova prova, in uscita il 18 ottobre via Paradise of Bachelor, rimappa un suono che ora si arricchisce di nuove e imprevedibili sfumature, segno tangibile di una band in crescita e sempre più padrona sia delle fase di scrittura che di arrangiamento dei brani. La sensazione è quella di essere spettatori di uno snodo cruciale per la band, che si scopre adulta proprio mentre si lascia alle spalle il complesso passaggio dall’adolescenza all’età della consapevolezza.

Come in un romanzo di formazione, i nove brani di The Neon Gate scandiscono i tempi di una trasposizione in musica che spazia da adattamenti poetici di W.B. Yeats  (I See Phantoms of Hatred…) e Aleksandr Puskin (Demons) a episodi ispirati a Dungeons & Dragons o ai video game Nintendo con cui i membri della band sono cresciuti: personaggi fantastici, epica surrealista (Eight Tired Starlings), soliloqui filosofici ed estetica videoludica si mescolano all’attitudine slacker con cui questi vengono narrati da Nigel Chapman e sodali.

Il nuovo corso dei Nap Eyes vede alleggerire l’imprinting lo-fi/indie-rock degli esordi legandolo ad un’intelaiatura che pesca dal folk da camera, con punte di americana e psych, sorretto da loop di chitarra, pattern ritmici circolari e synth in evidenza: in Eight Tired Starlings sembra di assistere ad una jam tra Riley Walker e i primi American Football – con quella buona dose di elementi che entrano nella traccia in modo imprevedibile ma estremamente funzionale -, oppure Dark Mystery Enigma Bird che cita il Morby più ‘leggero’ svelando un’anima emo-pop che, ancora, in Demons lascia spazio allo slackerismo in quota Vile/Barnett.

Un immaginario denso che pesca da un’estetica sonora precisa e che riconduce alla lezione di Mike Kinsella (Owen, American Football) senza mai dimenticare le proprie radici: il tiro indie-rock US di Ice Grass Underpass omaggia – in coda – il furore chitarristico di band come Pavement e Yo La Tengo, il synth-pop di I See Phantoms… è figlio del Samuel T. Herring più introspettivo mentre la capacità di trasmettere con sincera credibilità un mood agrodolce e malinconico – il brano post-pandemico Isolation ne è il manifesto ideologico – li ricollega alle ballate sognanti in cui la chitarra è imbracciata dall’Harrison più intimista.

The Neon Gate lascia che l’ascoltatore entri in punta di piedi nel mondo dei Nap Eyes offrendogli molto di più di quanto sia lecito aspettarsi. Con una scaletta con pochissimi punti deboli e che – nelle intenzioni – somiglia al viaggio metafisico ordito dai Tapir!, il ritorno della band canadese ha la grazia di un delicato instant classic.

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