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Se è vero che il terzo lavoro è la prova del nove per ogni musicista, l’inglese Nancy Elizabeth può dormire sonni tranquilli: Dancing non è solo l’apice di una discografia in crescendo – tra il Battle And Victory del 2007 e il Wrought Iron del 2009 ci aveva colpiti soprattutto il secondo -, ma anche uno dei dischi folk (o “inner-new-folk”, se ci passate il neologismo) più sorprendenti degli ultimi mesi.
Per i due episodi precedenti citare tra le influenze Pentangle, Fairport Convention, Vashti Bunyan o magari Joanna Newson veniva quasi naturale, visto un cantato impalpabile, duttile e fortemente connesso con la tradizione folk inglese dei Settanta; in Dancing non basta più, davanti a un monolite aggrovigliato e intensissimo di melodie senza tempo, arrangiamenti fluttuanti, stratificazioni avvolgenti. Tanto che per spiegare una tale profondità isolazionista viene quasi naturale aggrapparsi a certe dichiarazioni della diretta interessata, scartabellando tra un «mi piace la solitudine quando scrivo; le influenze esterne e avere rapporti con gli altri esseri umani disturbano la mia creatività», un «non posso permettermi di uscire dalla città ma con la musica riesco ad avere libero accesso a un mondo infinito di suoni e di idee» o un «fare musica è la mia difesa contro il caos uditivo». Una prova che la misantropia, presa a piccole dosi, giova eccome.
Nella pratica tutto si traduce in un’immersione a profondità sconsiderate, come quelle che il drone tellurico e il pulsare elettronico di Debt accarezzano entrando in loop con la spazialità suggerita dal vibrare dei piatti della batteria, o magari in risalite celestiali di stampo medievale esemplificate da brani come Indelible Day. In mezzo riferimenti al binomio P.J. Harvey/Josephine Foster (The Last Battle), onirismi sconfinati ritagliati su un beat sintetico (Heart), ballate malinconiche al piano (Death In A Sunny Room, Desire), raga orientaleggianti (Shimmering Song), presenze lontanissime (Early Sleep), ambient sui generis (All Mouth). Se da un lato è la voce a condurre il gioco sull’onda di un virtuosismo sempre funzionale, dall’altro sono i testi a completare il quadro generale: riflessioni solipsistiche in prima persona («There’s no-one I can pin my hopes on, no-one underneath this sun who I expect to give me love» si canta in Desire), crepuscolari e perfettamente calate nel mood della musica.
Fatta eccezione per l’elettronica e per qualche synth, gli apporti strumentali di Dancing rientrano a pieno titolo nella tradizione di genere: pianoforte, arpa, chitarra acustica, scampanellii. Eppure è come se la Elizabeth rileggesse il catalogo cambiando prospettiva, come se il folk tradizionale fosse visto con gli occhi del musicista contemporaneo e non con quelli di una trentenne di Wigan cresciuta a Pentangle e Talk Talk. Il risultato è quantomeno sorprendente.
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