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7.3

Seguiamo Nadine Shah sin dai suoi esordi, quelli del promettente Love Your Dum And Mad, che nel 2013, più di un decennio fa, combinava drammaticità e darkness, irrequietezza artsy e ruvida urgenza espressiva, riferimenti all’alt-rock Nineties e background accademico. Da lì, hanno fatto seguito altri tre album sempre più tesi a orchestrare un substrato lirico dalla forte presa di posizione sociopolitica: Fast Food, su storie d’amore anticonvenzionali perché anche in campo sentimentale siamo “cibo veloce”, e i più interessanti Holiday Destination, dedicato al dramma dei rifugiati siriani, e Kitchen Sink, prova di eclettismo ruotante attorno ai temi della femminilità e della libera scelta.

Con padre pakistano, emigrato nel Regno Unito, e madre norvegese, Shah ha vissuto sulla propria pelle la difficoltà nell’appartenere a qualcosa in senso univoco, tanto nel male quanto nel bene – poiché questo ha fruttato, di pari passo, una certa varietà di stimoli, inclusi quelli sonori. Se Kitchen Sink somatizzava appunto le pressioni multidirezionali esercitate oggigiorno sulle donne, Filthy Underneath ne è quasi il passo successivo, verso le estreme conseguenze. Eppure è al tempo stesso il lavoro in cui Shah si libera di tutto e può finalmente risorgere dalle sue stesse ceneri come una fenice.

La collaborazione di lungo corso con il produttore Ben Hillier, già alle prese con quei Depeche Mode per i quali Shah ha aperto più volte alcuni concerti, si rinnova come d’abitudine, ma in Filthy Underneath sembra che Shah abbia individuato una pregiata stoffa stilistica coerente dall’inizio alla fine della scaletta, lontana dal folk di origine e ormai proiettata soprattutto verso un songwriting post-punk spesso e volentieri marziale, venato di influssi etno e influenzato dalla musica sacra dei sufi.

L’ascolto si fa davvero magnetico oltre ogni pur legittima aspettativa, guidato innanzitutto dal ritmo, tanto organico quanto elettronico, e dalle potenzialità della voce di Shah, a suo agio sia nei recessi blues sia nelle concessioni pop. Dall’iniziale Even Light, screziata di synth conturbanti e linee melodiche trascendentali, al groove psichedelico filo-Goat del singolo Topless Mother, giocato sulla banalità di una seduta di psicoterapia di bassa lega, con un irresistibile ritornello di libere associazioni che non può non far pensare ai The Creatures di Siouxsie Sioux e Budgie («Sinatra, Viagra, iguana / Sharia, Diana, samosa / Varuca, Tequila, banana / Alaska, Medusa, gorilla»). Food For Fuel guarda a Oriente, come potrebbe farlo una Martha Wainwright senza radici precise, e You Drive, I Shoot è quasi un urban spoken-word anti-medicalizzazione. Spoken-word che torna successivamente nella claustrofobica Sad Lads Anonymous, contrapposto allo sciamanesimo del suo ritornello.

In Keeping Score l’algida e strisciante presenza della componente digitale si interseca con il calore del piano e di un canto come non mai aperto («The world is on fire»), emblema di una raccolta di canzoni basata sul contrasto fra netti colori primari. Greatest Dancer spinge su una new wave sanguigna e tribale, di nuovo in rimando a Siouxsie, parimenti enfatica e decadente, capace di elevare e schiantare a terra. Capitolo ballad: See My Girl è intimismo al neon, Hyperrealism è minimalismo di soul retrofuturista.

Filthy Underneath si candida a essere il miglior disco di Shah, persino da un punto di vista probabilmente testuale poiché la musicista inglese si fa ancora più personale e meno teorica nel trasformare in riappropriazione e catarsi finanche auto-ironica ciò che ha esperito ultimamente nella sua vita. Dopo aver accudito la madre malata terminale, Shah si è infatti sposata – rispondendo in qualche maniera alle pressioni illustrate in Kitchen Sink, verrebbe da dire – e ha intrapreso ben presto un divorzio. Non solo, ha tentato il suicidio ed è entrata in clinica di riabilitazione, dove si è imbattuta in peculiari compagni di disavventure («A queste persone erano accadute alcune delle cose più indicibili e allo stesso modo alcune delle cose più atroci erano state commesse da loro. Dovresti amare il peccatore e odiare il peccato. Io li ho amati tutti», ha raccontato Shah all’NME). Proprio a loro, a volte caduti sul campo, è dedicata Twenty Things, costituita da una successione di quattro blocchi di versi da crooning da camicia di forza, su una struttura industrial-jazz. French Exit fa da ideale porta di uscita, in riferimento al gesto estremo, spalancata su pulsazioni futuristiche e corde strappate alla world music.

È un album sicuramente cupo, Filthy Underneath, ma la sporcizia che dovrebbe stare sotto, nascosta dai tappeti del buoncostume o dell’inconsapevolezza, qui fuoriesce allo scoperto e ammanta ogni cosa di un brillante pulviscolo.

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