Recensioni

Nell’anno in cui ci lascia Marianne Faithfull – e un EP postumo chiude il cerchio della sua carriera riallacciandosi agli esordi – e in cui si riaffacciano dopo un po’ anche Angela Baraldi e Suzanne Vega, anche Nada riappare con un nuovo lavoro.
Come i due dischi scorsi e come già in Tutto l’amore che mi manca (2004), la produzione è affidata a John Parish, chiamato a vestire canzoni che, come già nel precedente La paura va via da sé se i pensieri brillano non hanno più quelle rimembranze anni ’60 che qua e là coloravano i suoi album degli anni Dieci. Lo stile è infatti più vicino a quello del disco del 2004, con Parish che sa essere tanto ruvido quanto raffinato, accostando alle chitarre spigolose qualche tocco discreto e sapiente (e anche bizzarro, come nel divertissement femminista e sboccato di Uovo), più C.S.I. / Albini che pop.
Si parte con Bella più bella, una delle sue tipiche ballate accorate, con le parole che si affollano fino a destrutturare le strofe, dedicate a sé stessa, o alla donna che ascolta, o a tutte (il video, pensato e realizzato con Davide Barbafiera per le strade di Pisa, ne omaggia alcune celebri). In Ghiaccio si riflette a tempo di blues con aria sorniona e distratta, cantando “io non ho più niente da regalare” anche se, dopo la determinata dichiarazione d’intenti di Sempre migliore (brumosa di echi e tremoli di chitarra, con una tromba tra nuvole lontane), arriva Un giorno da regalare, altro singolo, manifesto/elenco delle cose che ama (un po’ come la Nota a Urlo di Allen Ginsberg) e uno dei pezzi migliori del disco, tra un’interpretazione classicamente intensa e qualche cambio ritmico irregolare che movimenta la dizione di questo catalogo obliquo (e a tratti esplicito).
Dopo l’alleggerimento della citata Uovo, Primitiva rockeggia un autoritratto/dichiarazione d’orgoglio femminile, dove il già sentito viene aggredito in passaggi come “il mio essere donna fragile / ma anche stronza”. Primo parla invece a un uomo, raccontando una storia di conformismo imposto a forza su un indie-rock con batteria twist e la consueta, sempre forte ugola librata della cantante (altro che “nitrito”…), che nel finale passa al monologo mentre Parish colora e pennella sullo sfondo.
L’album si chiude con il blues sornione di Una notte che arriva, altro singolo, e con la passeggiata sbarazzina e aperta di Che giornata (anche se “a passeggio” di solito ci si va col cane, non col gatto…), nella quale si canta “che bella questa vita anche se il giornale dà notizie disastrose” e nonostante qualche problema personale della voce narrante, con un’ingenuità solo apparente perché “è chiaro che sorrido / ma dentro ho un vulcano”.
Anche se le coordinate sulle quali si muove la cantante sono sempre le stesse, anche se Nada sembra fare sempre la stessa cosa, anche se i dischi cominciano a essere tanti anche in questa ultima fase, stupisce come, anche a 72 anni, trovi sempre lo scarto, lo spunto per analizzare, raccontare o accendere un nodo emotivo – e come trovi la forza per fare una musica che sarebbe più “da giovani”, con questa ispirazione e questi risultati.
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