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Quel “deun deun deun” onomatopeico che irrompe su Luna in piena come un folle emissario del caos rimarrà a lungo nella memoria degli spettatori di Sanremo, sia di quelli che hanno apprezzato la coerenza della cantante nel portare in riviera una canzone che nulla concedeva alla platea nazional-popolare sia di quelli per i quali quella dissonanza faceva del brano una schifezza e basta (ahimé esistono, e tengono anche blog).

Nada, insomma, ha ribadito sul palco più popolare d’Italia che ormai il suo percorso musicale l’ha portata altrove, verso un rock post-anni ’90 con un pizzico di Italia nelle melodie: non a caso ha chiamato non solo Cristina Donà per la serata dei duetti, ma anche il suo chitarrista Lorenzo Corti ad arrangiare un disco che, meno “educato” nel suono rispetto a Dove sei sei (il suo precedente Festival, 1999), meno vario di L’amore è fortissimo…, ammorbidisce di poco le informali chitarre Parish-iane del precedente Tutto l’amore che mi manca e di niente il mood dominante dei suoi dischi da quando ne è diventata autrice, ovvero una rabbia innocente mescolata a disincanto sornione.

Già, perché se certe cose del mondo continuano a farti schifo le irrequietezze non passano con l’età, così come una certa innocenza trova sempre la forza di tornare a sperare e combattere anche dopo le delusioni, che tutt’al più lasciano tracce di consapevolezza amara e insieme sorridente in un vocione già basso ai tempi dell’esordio nel ’69: si sentono infatti i 30 e oltre anni che dividono il timbro con cui nel ’73 cantava la ciampiana La passeggiata da quello odierno della splendida Pioggia d’estate che ne riprende l’atmosfera. E per non sbagliarsi, Tutto a posto ribadisce senza mezzi termini che l’autrice non è pacificata affatto: “a posto un cazzo”, se è una risposta al Bob Marley di No Woman No Cry, è poco elegante ma di indubbia chiarezza.

Così, dopo una title-track che sta convertendo i perplessi, troviamo tra riferimenti ed influenze padroneggiati con mano salda, la pigrizia fricchettona di Distese, gli ammiccamenti blues de Il sole è grosso, il lo-fi de L’attaccapanni e gli echi della floydiana Money in La verità, mentre Combinazioni (tra Reed e CSI) chiude il cerchio riprendendo quel “deun deun” già riarmonizzato sul finale del brano sanremese. L’insolita incursione nello stile-Pravo di Niente più chiude un disco che conferma la piena salute di una musa che ormai fa come le pare, a Sanremo o nell’indie.

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