Recensioni

Dopo un album statuto come Paprika, mosse laterali e azzeccate (IL CIELO NON È UN LIMITE, il tour con i DPCM), incursioni nazional popolari (vedi Sanremo, il duetto con Lamborghini ecc.) e conduzioni varie, M¥SS KETA arriva a Club Topperia come un personaggio istituzionalizzato all’interno del salotto mediatico italiano. Un momento che solitamente coincide con una banalizzazione della proposta discografica ma che nel suo caso – spoiler – ne consolida le abilità di creativa e curatrice.
L’idea di partenza è in verità il leitmotiv: il club immaginario, una disco-artigianato, una gelateria fatta di tanti gusti, specie quelli con i canditi, le nocciole e il cioccolato. Gelato, o meglio gelatauro, dato che il dancefloor a cui si finisce per versare lacrime e sudore è quello dei bei tempi andati. Lo Studio 54, la riviera romagnola, gli 80s vs 90s con i loro vocalist sesso-eccesso-successo, sono il set and setting di una tracklist palazzina, fatta di piani e appartamenti che hanno in comune una Keta democratica nel passare il microfono e intelligente nel sapersi ritagliare gli spazi giusti all’interno di tracce-vestito.
Istituzioni del mondo Hip Hop italiano (Guè, Dargen), nuovi talenti (BigMama) così come giovani e promettenti voci pop dance (cmqmartina), sodali produttori (Populous, Riva) ma anche personaggi laterali – la pornostar Malena, il re delle ballroom parigine Kiddy Smile, la “crazy Lolita” Boyrebecca – vanno a formare una squadra all’insegna dell’inclusione non soltanto “ideologica” ma anche sonica: nel Club della topperia, stili ed epoche, dancefloor “alto” e “basso” sono compressi in una fitta serie di brani e interludi dalla durata complessiva piuttosto esigua eppure strabordante (36 minuti). Accessibile sì, ma con dei fermini.
Finimondo, lead single ad anticipare la sarabanda, è uno di questi, una bastard dance che mescola un gaio sample di un’Italia che sta per assaporare il boom economico (Vianello, 1961) e una apocalittica house track da after(hour) ambientata trent’anni più tardi. Un collage punk, una mossa, va da sé, situazionista alla ricerca di guilty pleasure sui quali Keta punta le sue fiches dal debut Milano Sushi & Coca.
Il disco fila via come una caotica/alcolica serata al Plastic o al Kinki di Bologna che fu, con intro old school con tanto di predicatore gospel (a cantarlo c’è David Blank), ma occhio ai purismi. La scaletta è millennial e gen z-oriented, ovvero il ripescaggio kitsch (leggi “la commerciale” Scandalosa anni ’90) vale tanto quanto Prince (Problemi di Coco), il meglio funky e la psichedelia dei Post Nebbia (Stupidi Cuori Corrono Liberi) tanto quanto la riduzione del cantautorato all’itpop. Keta, che conosce entrambi i mondi, non tralascia neanche questa volta trap e urban, ma sul finale, stupisce, tirando dritto sull’“istinto e il primitivismo”, infilandosi in dark room che non t’aspetti.
C’è della spugnosa juke chicagoana che svolta partenopea in XTC, una filastrocca (ambarabà ciccì coccò) su cassa ventosa à la Crookers trascritta da un incubo di M.I.A. in L’orgia di M.G. con Dargen, fino a dell’aquacrunk in salsa mole che ricorda idealmente a Sfera Ebbasta e compagna trappusa che ci sono basi e basi (Security).
Se escludiamo il pezzo col campione di Vianello (che stanca), la dance da autoscontro di Scandalosa e qualche altra (jazzy) ballata con le S sibilanti (per la serie, curatrice sì, cantante, insomma – vedi Una rosa a Lambrate con Noemi – Club Topperia, tra scratch, glitch, kiss e campanelle scolastiche (qualcuno ha detto Britney?), piace e diverte più che compiacersi, va cioè oltre la «visa tra i denti e i tacchi da venti». Del resto Riva, in fatto di house, è una garanzia, così come tutti gli altri producer coinvolti in questo progetto. Ottimo inoltre il dittico 80s, Problemi di Coco e Stupidi Cuori Corrono Liberi. Keta è qui per rimanere, e pare già aver capito come surfare sulle sabbie mobili della televisione e del protagonismo nazional popolare.
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