Recensioni

7.2

Una press release che dice tutto e anche di più, così che anche i giornalisti più fuori dal mondo e dai mondi possano raccapezzarsi, scopiazzare, anagrammare la semiotica della mortadella in copertina, infilare un “femminista” di qua e un “futur-pop” di là, un rap old school di su e un dancehall caribico di giù, un bel avant pop di sguscio oppure fermarsi alla citazione di Tinto Brass, che tanto sulla stampa generalista va bene uguale. M¥SS KETA è un personaggio raccontato in ogni particolare dal giorno della sua concezione mediatico-artistica e il suo successo costruito su assodate strategie di marketing attraverso un’immagine coordinata con musica (Riva), video (Simone Rovellini) e fotografia (Dario Pigato) trattati con sincretica sinergia. Keta è la vocalist/frontwoman di un progetto con dietro un team di creativi. È l’equivalente contemporaneo del Matteo Sorbellini o della (compianta) Nacha World, che declamavano sui missati di Claudio di Rocco o Federica ‘Babydoll’, con la differenza che la produzione non è improvvisata al Cocoricò o nei locali della riviera degli anni ’90. Da allora a oggi molto è cambiato, la colonna sonora non batte più il tempo dei Deep Dish, e droga, fama e soldi passano altrove, da trap house di lusso, eppure le linee sul tavolo, lo sporco nascosto sotto i loghi, i ricatti basati sugli scatti (Corona), la compravendita del corpo (Ruby), la corruzione e la violenza, son sempre gli stessi. Il meglio o il peggio di prima non ci interessa: nei circoli ricreativi del potere, lo squallore può cambiare volti e abiti ma è lo stesso di sempre. Ogni Salò basata sulla triade sesso, droga e potere, del resto, è decadente per definizione, baby. E Keta, da dietro la consolle della comunità LGBT+, a cavalcioni sulla mortazza, la descrive con pragmatico compiacimento e con hashtag e slogan del tutto assimilabili a quelli declamati dal Sorbellini pre-conversione religiosa, stesso rosario di sesso, successo, droga, moda, eccesso, adesso in un loop infinito di beat sincopati e sci-fi retro-futuristi, con anni ’80, trap, rap, hard house, falli e pupazzi gialli al seguito.

Non c’è futuro, non c’è morale, anzi è proprio quest’ostentata amoralità, reiterata in pochi e semplici concetti – rubati a quella destra tutta family fuori e depravata dentro – a scolpire il fascino voyeuristico di Keta. Distopici grandi fratelli televisivi, bunga bunga ai vecchi metalli, marci programmi targati Maria de Filippi, talent deragliati, isole dei famosi diroccati, Geordie Shore al largo di Fukushima, Gomorre e Suburre infernali, Baby girotondi su Netflix, l’Italiano, primo in Europa per numero di tatuaggi, è attratto altrettanto magneticamente da quest’invisibile linea del desiderio, cristianamente sbagliata, con lo sbarramento all’ingresso, il brivido del rischio da correre, dove c’è in ballo la classica vendita dell’anima. È quest’osmosi a unire elite e working class negli anni in cui la classe media è solo una definizione per i libri di sociologia economica.

Paprika è un disco pensato con questo target sulla visiera stile KITT, come una grande produzione Hip Hop statunitense. I neon e la notte sono quelli del gansta rap, la sintetica è quella dell’electro e della trap. Ci sono i feat. di lusso dei tatuati e tatuatissimi – Gemitaiz, Guè PequenoMahmood, ecc. – e ci sono i producer che fanno il loro porco lavoro (Populous, Gabry Ponte e Cacao Mental). Le basi, senza girarci troppo attorno, sono tra il buono e il molto buono, e la performance di KETA varia sull’ostentato cliché inaugurato nel disco di debutto pubblicato giusto un anno fa. I momenti migliori? Quando rappa – old school – e canta nell’ottima Battere il ferro finché è caldo, oppure quando gioca con il twee nel remix di Le Ragazze di Porta Venezia (conferma dello stato di assoluto culto di quel pezzo) o su Rose Per Te. Meno interessanti i pezzi in cui la ragazza col velo si gioca la carta di una narcotica Cardi B (Main Bitch) o di una stereotipata Miss Kittin electro house (Botox). Di converso, molto valide le cose più drogatamente trap, quelle che spingono fino in fondo il pedale, come Pazzeska o Top, tra listati di griffe, mitragliate, spari e campionamenti mediorientali. A proposito, tanti applausi per Populous.

L’autoproclamato lavoro che “batte il ferro finché è caldo” è, in verità, una solida produzione tutta italiana pensata e sviluppata in team, fatta con passione e senso del gioco, senza la fretta di pubblicare. M¥SS KETA rimane un progetto con la data di scadenza sulla scatola, eppure ce n’è abbastanza qui dentro per godercelo per quello che è: molto di più di un guilty pleasure.

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