Recensioni

La musica si può ascoltare per mille motivi diversi: regolare l’umore, passare un pomeriggio di pioggia, trovare la propria tribù, salire le scale come Rocky Balboa, esplorare i meandri della mente. Quest’ultima funzione è cruciale per i dischi del duo formato da Matt “MV” Valentine e dalla sua partner Erika “EE” Elder. L’ambito è quello del folk psichedelico, di una variante in cui l’elemento psych prevale decisamente sul folk. E’ un genere che MV & EE coltivano da più di quindici anni, seguendo il proprio gusto e temperamento, senza curarsi troppo delle voghe del mercato o di raggiungere folle oceaniche di ascoltatori. E’ una coltivazione rigogliosa.
Dalla loro base in Vermont i due musicisti hanno sfornato una quantità impressionante di dischi, impegnandosi nel corso degli anni in una varietà di collaborazioni e di pseudonimi (MV & EE Medicine Show, the Bummer Road…). La loro ricetta non è per tutti e si rivolge ai palati educati di un pubblico di nicchia: lunghe e sinuose improvvisazioni che mirano a espandere la coscienza, condite da suggestioni lo-fi e influenze orientali (in particolare i raga indiani). Il loro lavoro più recente è l’album Root/Void, pubblicato da Woodsist, la label fondata da Jeremy Earl, cantante e chitarrista dei Woods. Un disco con una personalità definita, composto da otto brani che non evidenziano enormi sbalzi di stile o umore. Un onesto album psichedelico, che trasmette quello che ci si aspetta dal genere, senza sussulti, brutali tradimenti o cadute. Utilizzando strumenti musicali provenienti da varie tradizioni, MV & EE e i loro collaboratori creano vaghi paesaggi sonori in cui la mente si culla tra delay e riverberi fino a uno stato di trance o contemplazione. Non è un sound intrusivo, duro per le orecchie e il cervello. La parte del leone spetta alle chitarre: una chitarra acustica, di solito in sottofondo, per accompagnare e tener cucita la tonalità, e poi almeno un’altra elettrica, d’indole lisergica, per i ricami e gli assoli. Pur essendo un progetto molto americano, in alcuni momenti questa musica ricorda una certa psichedelia inglese di fine anni Ottanta, stralunata e ipnotica, come i pezzi meno duri di The Bevis Frond o degli Spacemen 3. Queste possibili influenze sono però filtrate attraverso la controcultura musicale della East Coast degli Stati Uniti, particolarmente verde e alternativa nella zona tra Massachusetts occidentale e Vermont.
Un aspetto dell’album che lascia un po’ perplessi è quello vocale, ma su questo punto qualcuno dissentirà. È un album a due voci, sia la Elder che Valentine cantano, spesso allo stesso tempo ma non sempre in sintonia. Talvolta le due voci paiono seguire linee melodiche quasi in conflitto tra loro. Voci stupefatte, distorte, leggermente fuori tonalità e moltiplicate dagli effetti tecnologici, in un magma auditivo che ora si allontana e ora si avvicina. Alla fine a rimetterci sono i testi, scarsamente discernibili. Se da un lato questo modo di cantare è funzionale a produrre alterazioni di coscienza tipiche di questo genere musicale, dall’altro può risultare approssimativo, affettato e alla lunga un po’ stucchevole. Viene istintivo cercare di immaginare come sarebbe questo disco se avesse un approccio diverso, più limpido, alla voce umana e alle parole. Ci si chiede cosa sarebbero queste canzoni se avessero la voce di una Hope Sandoval, giusto per fare un esempio che rimanga entro i confini di una psichedelia trasognata.
Ma questi, in fondo, non sono che giochetti e fantasie del recensore, e se mia nonna avesse una fascia in testa sarebbe Keith Richards. Quindi godiamoci lo spirito ruspante di MV & EE e non perdiamo di vista i pregi dell’album, tra i quali sicuramente vi è il fatto di promuovere un sound alternativo, senza compromessi, sano e disorientante. Vi è qualcosa di profondamente genuino in questo disco, una lingua propria creata dalla familiarità degli artisti, il sapore di un lavoro fatto in casa da due persone che suonano bene insieme perché da anni portano avanti un progetto in cui credono. Uno dei momenti migliori è costituito dal vagabondaggio della chitarra elettrica nella canzone intitolata No $ (Shit Space – It’s All About the Coin ¢ / Corn): sì, si chiama proprio così, e dopo una trentina di secondi dall’inizio del brano la chitarra parte per la tangente e per circa tre minuti si inerpica su un crinale ipnotico, rotolandosi sciamanicamente per gli sdrucciolevoli meandri del cervello. Questo è un disco da affrontare senza farsi cogliere dalla nausea o dalle vertigini di chi con troppa attenzione osserva il dirupo. È più proficuo ascoltarlo abbassando la soglia di attenzione e allargando le maglie del filtro critico, mollando gli ormeggi della coscienza e lasciandosi trasportare nelle lande metafisiche in cui la musica di MV & EE può condurre.
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