Recensioni

7.1

Come il sogno di una notte di mezza estate, il nuovo tributo alla tradizione americana di Matt Valentine e Erika Elder si espande languido sulla lunga distanza cercando suoni che si riscaldano a vicenda. Mother Of Thousands è il parto definitivo della coppia che, coadiuvata dai sempre più cruciali Bummer Road, rilegge la propria storia e quella della musica tradizionale con un mood di divertita e affettuosa nostalgia.

Con una formazione che prevede Mo’ Jiggs (arpa e percussioni), Nemo Bidstrup (bee-tone guitar), Sparrow Wildchild (flauto, ukulele, percussioni), Tim Barnes (mooncrotales/tambourine/drum e…rice & beans shaker…) e Samara Lubelski (violino e basso), i Bummer Road assomigliano sempre di più alle ombre cinesi degli indimenticati Tower Recordigs. Quel misto di cantautorato lisergico, umori bucolici, delays da raga lunare, foreste di arpeggi puliti e indolenti, senza la minima voglia di coagularsi in una forma plausibile (probabilmente il lascito più diretto dei Supreme Dicks) e ancora quel continuo, dinoccolato omaggio al folk blues delle origini. Proprio intorno a tre cover di classici blues gira il secondo disco: Meditations On Payday di Mississipi John Hurt, Banty Rooster Blues di Charley Patton e Death Don’t Have No Mercy del Reverendo Gary Davis. Quest’ultima soprattutto ha la pregnanza manifesta del capolavoro di genere. Il gospel che esplode in un milione di colori in 23 minuti di lenti e drogati turbinii sensoriali.

C’è sicuramente molto della malìa arcana dei primi Pink Floyd, così come molto proviene anche dai druidi cosmici della schiatta kraut, e ancora si avvertono le lunghe ombre di Sun Ra, dei Godz, di Van Morrison, dei raga indiani… Sul primo disco, queste e altre esperienze si coagulano in maniera più ordinata intorno a piccole canzoni gentili e dalla fragranza acidula come Beautiful Montain, Sunshine Girl, Canned Heat Blues o la più delirante Anthem Of The Cocola Y & T. A volte si ha come il sospetto che l’unico vero motivo che spinga Valentine ad incidere dischi sia quello di giocare con il pedale del delay, ma a lungo andare il tutto suona decisamente personale nel suo essere così kitch.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutte le tradizioni sono già state recuperate e tutte le droghe provate. Qualcun altro potrebbe lamentarsi che di freaks il rock non è mai stato avaro, soprattutto in questi torridi anni di New Weird America. Forse semplicemente i figli degli allucinogeni e gli alfieri di certo panteismo hippie non si estingueranno mai e allora l’importante è che la musica trovi il proprio spazio ideale tra la voglia di azzardo e l’amore per il formato classico. Una scommessa che Matt Valentine vince ripetutamente già da un po’.

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