Recensioni

7.5

Prima di quelli contenuti in questo album, c’è un altro suono di cui si dovrebbe parlare: quello del silenzio. Volendo essere leggermente più indulgenti si potrebbe forse definirlo “bisbiglio”, ma cambia poco. Di fronte all’enormità di ciò che sta accadendo a Gaza, è sconcertante l’assenza di una voce forte e trasversale a favore del cessate il fuoco (e con esso, almeno temporaneamente, delle sofferenze immani patite dalla popolazione civile palestinese) da parte del mondo artistico, e nella fattispecie musicale.

Ancora più nello specifico: da parte della comunità musicale italiana, mainstream o alternativa che sia. Qualche presa di posizione pubblica di una certa visibilità c’è stata (Ghali, Cosmo, Fiorella Mannoia) ma rara e dispersa in un mare di, appunto, silenzio. Più o meno timido, più o meno imbarazzato. Non è questa la sede per indagarne i motivi, né sarebbe forse giusto fare processi alle intenzioni o chiamate di correo generalizzate – e indubbiamente censure e reazioni scomposte “dall’alto” ci sono eccome, anche se in tempi diversi questo sarebbe stato uno stimolo in più a reagire – ma colpisce la differenza con ciò che succedeva in altri contesti (o addirittura rispetto allo stesso contesto, ma in periodi diversi da questo).

Qualcuno, tuttavia, ci prova a alzare la voce della coscienza, e lo fa nel modo che in fondo è sempre il migliore: di impulso e in indipendenza. Dopo Bologna for Palestine, documentazione di una performance dal vivo di 17 artisti dell’area bolognese, curata per la Maple Death da Agnese Banti e Laura Agnusdei, è la volta di We Will Stay Here – Music for Palestine, compilation digitale (ma è disponibile anche la cassetta in versione limitata) che raccoglie i contributi di 14 musicisti e musiciste, in maggioranza italiani ma non solo, di area ambient, electro, sperimentale. L’intero ricavato della compilation e del merchandising (una t-shirt che riproduce la bella illustrazione di copertina, opera dell’artista giordano-palestinese Tala Abunuwar) andrà all’associazione britannica Medical Aid for Palestinians.

Ideatore e animatore del progetto è Andrea Pomini, giornalista musicale nonché discografico indipendente con la sua Love Boat Records. Sia We Will Stay Here (titolo che riprende i versi di un canto dei dottori dell’ospedale al-Awdah di Gaza: “quel resteremo qui” ha ovviamente una duplice valenza) che Bologna for Palestine sono state segnalate da “Pitchfork” in un articolo su varie compilation pro-Palestina pubblicate in tutto il mondo negli ultimi mesi, a testimonianza della rilevanza internazionale non solo della causa ma anche della musica.

Questo è un punto centrale. Il rischio, in casi simili, è che il contenuto risulti un semplice collateral delle motivazioni, qualcosa che si auto-giustifica solo in relazione all’importanza etica e politica dell’operazione. Fortunatamente, We Will Stay Here non è un contenitore di retorica combat e slogan faciloni né fa pornografia del dolore, ma rappresenta qualcosa di molto più maturo, intenso e sotto molti aspetti doloroso. Nella sua interezza, la scaletta va assorbita quasi come una meditazione o una conversazione intima che inevitabilmente riflette la drammatica cronaca di questi mesi. Non sembri inopportuno o addirittura blasfemo il concetto di “sound design”, perché in fondo è di questo che si parla. Le tracce della raccolta sono tutte parte di una sonorizzazione di paure, rabbia, impotenza, violenza, speranza, appartenenza.

Musica che riflette il momento storico senza didascalismi ma con riferimenti più o meno diretti (i sampler delle voci della gente di Gaza, prese da video apparsi su Instagram, in Abtal di Anniatu oppure quello di una vecchia intervista di Giovanni Minoli all’arcivescovo di Gerusalemme Hilarion Capucci in Hilarion 1983 di Agostino, ma anche i versi recitati da Brian Cox in If I Must Die di Not Waving, tratti dall’omonima poesia di Refaat Alareer, ucciso con la famiglia in un raid aereo) o più o meno traslati (le sirene che alludono a quelle di un allarme anti-aereo in Phoenix Plain di Sara Persico, i bpm che in diverse occasioni sembrano riprodurre scariche di mitragliatori). In Jinn of the Bethlehem Souk, collaborazione tra Mai Mai Mai e il suonatore di flauto mijwiz Osama Abu Ali, si avverte una sensazione allo stesso tempo di solitudine e di affollamento, come ritrovarsi in un souk (quello di Betlemme) popolato di spettri, tra armonie orientali e bolle di Moog. Uno dei brani più affascinanti e “cinematici” della compilation.

A volte sono i titoli a buttare in faccia la realtà, come in Collateral Damage di Bawrut, che musicalmente si dispiega in un crepitio cibernetico inquietantemente ballabile, o in Resistance Riddim di STILL, dub frastagliato in mille frammenti. Il produttore cairota 3Phaz con YKK riporta a atmosfere dure da club, all’opposto del canto melodico – dream pop con un tappeto elettronico – di Truthworld di Susu Laroche. A proposito di brani dalla struttura più (vagamente) simile alla canzone, i già citati Cosmo e Not Waving (Alessio Natalizia) collaborano nella ovattata e quasi giocosa Mi troverai, mentre con On the Brink Of di Bono/Burattini trova spazio persino qualcosa che assomiglia al rock, versione kraut.

In Jafra di Assyouti vengono campionati estratti da una versione di una canzone folk palestinese, nella quale la Jafra del titolo è una giovane donna, musa di un poeta, che viene uccisa durante un attacco a un campo profughi in Libano. Ed eccola, di nuovo, la realtà di questi giorni a Gaza. Bombe, morti, persone che scappano senza sapere dove andare. Theodore Adorno, quando era ancora fresco il ricordo di uno dei più atroci buchi neri nella storia dell’umanità, scrisse che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Forse vale la pena di ribaltare il concetto: in tempi di barbarie, rispondere con l’arte è un atto di resistenza. We Will Stay Here – Music for Palestine ne è, nel suo piccolo, una testimonianza.

Per acquistare la compilation vi rimandiamo a Love Boat e alla relativa pagina Bandcamp.

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