Recensioni

Alla fine dell’ascolto di Will Of The People, il nono album in studio dei Muse, resta un unico rammarico: quello di aver buttato l’ennesima mezz’ora e rotta a fare qualcosa di totalmente inutile, invece di impiegarla per altro, qualsiasi cosa, fosse anche mangiarsi un panino o andarsi a leggere il giornale al parco. Ogni volta è la stessa storia: uno vorrebbe pure prestarsi, provare a prenderli sul serio, sentire cos’hanno da dire… ma niente, dopo un po’ tocca desistere, non ce la si fa. È come mettersi a discutere di semiologia con un ragazzino di otto anni, perché in fondo Matt Bellamy e soci quello sono e quello restano: una band per bimbiminchia che anche nei suoi momenti più ispirati, o diciamo meno pacchiani (una vita fa, ormai), era avvolta da quell’alone di odiosa inautenticità, di patinata muse-ianità, per cui riusciva sì a fregarci, ma mai fino a soffocare del tutto quel senso di diffidenza che ci restava acceso nella coscienza come una sinistra fiammella a suggerirci che alla fin fine di freak show, di giostrina per teenager mal cresciuti, si trattava.
Stavolta ci hanno provato, a fare un po’ più sul serio, non fosse altro perché quanto ci sta riservando la realtà non può non togliere il sorriso anche al più allegro dei buontemponi. Del resto, a certo immaginario sci-fi distopico e a certe prese di posizione politico/sociali i Muse non sono nuovi. Temi quali la ribellione, la controcultura e la «volontà del popolo» li ritroviamo spesso nella loro discografia, seppure il più delle volte declinati quasi a livello di scuola primaria. I discorsi sulla coercizione, sull’autoritarismo, sulla libertà, sul conformismo delle masse, sulla propaganda, sulle rassicuranti falsità, sull’odio: tutti argomenti già affrontati dai Nostri, ai quali proprio gli sviluppi degli ultimi due anni hanno regalato una nuova possibilità. «Will Of The People è influenzato dalla crescente incertezza e instabilità nel mondo, un viaggio personale attraverso quelle paure e la preparazione per ciò che verrà dopo», hanno spiegato. Resta però che anche la prima fatica in studio post-pandemica (e ultima pre-bellica?) dei tre inglesi è la solita paccottiglia 80s/futuristica (un po’ meno rispetto a Simulation Theory, questo gli va riconosciuto) che mulina i riferimenti arcinoti alla sigla col solito piglio glam/kitsch, senza tuttavia negarsi più di qualche diversivo (è questa la novità del lotto, anche se il livello generale non ne trae particolari benefici), arricchito da quell’ironia à la Schwarzenegger che, diciamocelo, è come una scorreggia: piace solo a chi la fa (cit.).
A proposito di liberazioni, se infatti Liberation è l’ennesimo ologramma sonoro degli ultra-citati Queen, rielaborati secondo lo schema epico di una Invincible, e il primo estratto Won’t Stand Down è quanto di più afferente alla casa si possa immaginare – con l’amata/odiata teatralità vocale di Bellamy e un tiro tra l’interludio cyber-rock e l’affondo nu metal -, l’accento sul decennio edonista è meno marcato rispetto alla produzione recente e si limita (diciamo così) all’ordinario (il che per i Muse significa comunque esagerare): l’elettropop di Compliance, che suona un po’ come una Cruel Summer del 2022, ponendosi in continuità con quanto abbiamo ascoltato sul lato revival degli ultimi due dischi in stile teen action movie hollywodiano; oppure le inflessioni slasher/alicecooper-iane dal tono Thriller-istico di You Make Me Feel Like It’s Halloween, che pare una Supermassive Black Hole cantata da Jack Skeletron (per non parlare del videoclip allegato, zeppo di riferimenti agli horror movie del periodo, e non solo, ma che cita pure Squid game e tutto l’immaginario delle escape room). Per il resto si guarda altrove. La title-track è uno scanzonato stomp rock che se da un lato ciancica i Kasabian più lisergici, dall’altro pare aver ingoiato il veleno di qualche crotalo trovato stecchito dentro la foresteria del Rancho De La Luna (l’album è stato registrato anche a Santa Monica, in California, a un paio d’ore di macchina dal mitico studio delle Desert Sessions: ci sarà un nesso?). Euphoria è invece un curiosissimo gioco di equilibrismo dove la sensazione è di una mista Bloc Party/Franz Ferdinand che riesce a far stare insieme – per tornare alla produzione dei Muse stessi –Plug in Baby e Time Is Running Out (alcuni passaggi del brano sono quasi autoplagi di quest’ultima). Per non dire di We Are Fucking Fucked che è fottutamente Marilyn Manson e i Rage Against The Machine convenuti alla stessa messa nera (e quando accosti i loro nomi non puoi non ripensare ai primi due Matrix, altra opera qui evocata tra le righe) in salsa però trash metal; come metallara old school è Kill Or Be Killed. In ogni caso, niente per cui strapparsi i capelli: c’è sempre tanta urgenza nella musica dei Muse quanta poca presa nei singoli pezzi.
Tempo fa, una nota trasmissione televisiva che parlava della guerra in corso mostrò quella che il conduttore sosteneva essere la pianta dei sotterranei di un’acciaieria dove s’erano rifugiati alcuni combattenti per difendersi dai soldati nemici, ma – sorpresa – l’anchorman fu prontamente tanato dai complottisti sul web, che dimostrarono come quella in realtà non fosse l’acciaieria in oggetto bensì la mappa di un vecchio gioco di ruolo. Si trattò probabilmente di una gaffe, così come magari non era intenzionale quel servizio del tg che spacciava per immagini di combattimenti sul campo quelle di un videogame, però in pochi se ne accorsero e forse a pochi importava davvero, come se i più fossero così abituati alla mescolanza tra fiction e realtà da non ritenere più scandalosa una cosa del genere (scandalosa perlomeno se si parla di guerra), accettando anche l’immagine artefatta purché coerente con la narrazione. Perché questo excursus? Perché tutto ha avuto inizio nella dimensione ludica: i videogiochi, la computer grafica nei film, la musica creata da intelligenze artificiali… e in fatto di musica rock i Muse sono stati dei pionieri nel mischiare finto e vero, e come pochi marchi tra quelli nati lo scorso secolo sanno oggi rivolgersi a quella generazione cresciuta a pane e gaming/serie tv. Anagraficamente, possiamo considerarli gli “zii” del popolo di Netflix, che ormai neanche più si chiede (roba da boomer, del resto) se quella che ha davanti agli occhi è realtà aumentata oppure no. I Muse, col senno di poi, sono come dei Måneskin ante-litteram (e ci scusiamo per il paragone ingiurioso perfino per il trio del Devon), un succedaneo televisivo, un clone da laboratorio catodico, un replicante ben camuffato che tuttavia fin dall’inizio appariva strano, diverso dai suoi omologhi in carne e ossa. Infatti non erano accostabili ad alcuna scena musicale, sono sempre andati per i fatti loro, come scollati dal mondo reale, venuti da un altro mondo, opera di alieni al pari del mitico Volto su Marte che Will Of The People richiama, moltiplicato per tre, in copertina (non per niente hanno scritto Knights of Cydonia). Per non dire dei loro live show, anch’essi sorta di piramidi edificate da intelligenze sconosciute, mastodontiche fortezze fluttuanti in dimensioni disumanizzate, cattedrali per un culto evan-gelido.
Anche Volontà del Popolo rimarca quest’appartenenza a un mondo irreale, sceneggiato, costruito in qualche studio televisivo e calibrato per l’etere, benché si presenti come difensore della rappresentanza, servitore della gente. Si vedono le maglie verdi militari, le bandiere, le rovine sullo sfondo, le facce smunte dal mancato sonno. La recita è perfetta, lo storytelling preminente, ma siamo più dalle parti della distopia di un Soylent Green o di un Capricorn One. Una distopia peraltro innocente, senza secondi fini, più simile a un tema sull’argomento scritto da un bambino di terza elementare; il che paradossalmente potrebbe favorirlo, visto l’odierno livello generale anche quando si parla di cose serie.
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