Recensioni

Quello dei Muse di Matt Bellamy è un gioco maniacale di invasamenti stilistici, è la sostanza stessa che sublima in forma (o viceversa). Vale a dire uno sfoggio ossessivo di gusto e propensioni, l’idea che una canzone non debba, non possa permettersi di essere semplice/semplicemente se stessa, ma anzi strutturarsi totalmente su una giustapposizione di espedienti formali (prog, emo, heavy, glam, electro, cambi di scena, propulsioni ritmiche, mantici d’archi, implosioni d’umore, rarefazioni…) che abbiano per scopo la sorpresa (nell’ovetto), il wow moment pianificato con lo spirito del fan dei Lego.
Il compito che si sono imposti è di innestare punti nodali stilistici fino ad ottenere un conglomerato energico, stabilmente instabile, ovvero alle prese con un disequilibrio progettuale tra combustione e rigetto. Il risultato è eccitante come una bambola di latex e credibile come uno sci-fi con Vin Diesel. Lo sforzo di perseguire un romanticismo cupo, irrequieto, struggente – quei violenti trapassi stilistici, quella foga interpretativa – conduce sull’orlo di una comicità involontaria su cui talvolta inciampa platealmente, al modo di certi registucoli di fiction con velleità da cinema “serio”. Insomma: ti concentri un istante e tutto si sgonfia, incompatibile con un decente livello di congruenza, o anche solo con quel po’ di amor proprio.
Tuttavia, è proprio grazie a questa incontenibile tensione superficiale che i Muse sono band attualissima, perfetta per la brama di hype di magazine e (M)tv. È la loro “mission”, e quindi tanto di cappello. Inutile e ozioso cercare sotto la pelle delle tracce di questo Absolution un nocciolo che vibri vita, una particella di – chessò – sofferenza o eccitazione o stratificazione, uno straccio d’intuizione poetica e… Vabbè, ci siamo capiti. Intendo quelle cose che ti gelano il respiro, ti scompigliano i pensieri, segnano un prima e un dopo quando ascolti musica rock. Non ce n’è, ed è giusto così.
Del resto, dove i Radiohead inseguono sbigottimento (post)apocalittico, ai Nostri è sufficiente azzeccare scampoli di puro melodramma (vedi l’iniziale Apocalypse Please – con quel piano esagitato sotto ai cori gotici e quel ring d’organo sbandierato come un balocchino – o l’inutile Falling Away With You) per condurre la nave in porto (o, se preferite, la pantomima sul palco). Dove Buckley sfibrava l’anima fino a lacerarne i bordi il prode Matt sembra un Demis Roussos semi-afono (i vocalizzi di Time Is Running Out, la problematica madreperla della conclusiva Ruled By Secrecy) e pare anche esserne del tutto soddisfatto. Dove i Queen allestivano un adorabile/detestabile puttanaio, i tre ragazzi del Devon spiaccicano capricci & inquietudini sui poster della cameretta (Sings For Absolution – quasi una outtake di Innuendo – oppure Blackout – valzer dalla abominevole affettazione – e perché no Endlessly – pari pari I’m Going Slightly Mad) come dei nerd in overdose di gelatina (per capelli).
Memorabile poi l’ibrido King Crimson–Abba imbastito con Butterflies & Hurricanes, sinfonismo cosmico un tanto al chilo con immancabili estenuazioni vocali e tanta voglia di passare per i Beethoven della porta accanto. Cos’altro? Giusto un po’ di metal a tamponare le emorragie strutturali, quel po’ di convulsioni techno ad attizzare il firestarter che è in tutti noi, il tutto carburato con sapidi additivi glam (la veemente Stockholm Syndrome, quella Tsp che ci rammenta i Def Leppard più squadrati – ma pure i Queen più impetuosi – e una Hysteria che non sarebbe sembrata intrusa nel repertorio degli Europe). Ed ecco, il gioco è fatto. Ma non è il mio gioco.
Amazon
