Il “Thriller” di Michael Jackson
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Demented Burrocacao
- 23 Agosto 2022
Se chiedete alla generazione X quale sia il video musicale che gli ha smosso la vita, possiamo scommettere che risponderà all’unisono Thriller di Michael Jackson. Uso la parola ” smosso” perché probabilmente non avrà cambiato la vita a molti, ma l’ha appunto “smossa” a tutti, che è qualcosa di più subliminale, efficace, importante esattamente come un improvviso e breve smottamento tellurico che cambia l’assetto delle terre emerse per sempre.
In questo senso forse è il video più radicale della storia, poiché entrato nell’inconscio collettivo come farebbe una favola dei fratelli Grimm, raccontata per allenare i bambini allo spavento e quindi per aiutarli a crescere e a sperimentare e affinare le proprie emozioni. Ecco, il video di Thriller ha la stessa funzione ma speculare: serve a spaventare gli adulti rispetto a se stessi e farli tornare bambini. Nello stesso tempo è un modo per dire ai bambini il mondo è vostro, se riuscite a non farvi contaminare dal “sistema”, ovvero dall’inevitabilità del diventare adulto. Un discorso a suo modo politico, eretico, utopico che non è semplicemente il capriccio di uno con la sindrome di Peter Pan, ma di un autentico visionario.
La storia del video, dal punto di vista produttivo, è nota; in sostanza Jackson decide di far uscire qualcosa in più di un video musicale e superare se stesso dopo il buon successo dei clip di Beat it e Billie Jean, e contatta John Landis che devia il progetto verso la realizzazione di un vero e proprio corto, fatto più unico che raro all’epoca. Ma la cosa che salta meno all’occhio – e qui rientra il discorso politico – è che Thriller è forse il primo esempio di attacco riuscito all’industria musicale dall’interno. L’album aveva avuto infatti grandissimo successo, ma stava ovviamente scendendo in classifica sostituito dai nuovi hype (ad esempio i Police di Synchronicity e la colonna sonora di Flashdance) ed è allora che Jackson in un impeto superomista decide di inventarsi qualcosa per ritornare in cima con il preciso – e sulla carta impossibile – obiettivo di rimanerci in eterno.

Ispirato dalla visione del capolavoro horror/ comico Un lupo mannaro americano a Londra, per l’appunto girato da Landis , egli propone alla Epic il progetto di un video ad alto budget che possa essere qualitativamente all’altezza di un vero e proprio film, progetto nel quale ovviamente la casa discografica non crede affatto. I motivi sono molteplici: budget richiesto eccessivo, canzone che sembra non avere sufficiente potenziale commerciale, e infatti inizialmente non proposta come singolo, l’idea che l’album avesse già fruttato il massimo e quindi l’operazione sarebbe stata uno spreco di denaro. Per trovare i contanti fu necessaria una cordata, con a capo MTV, unica a fiutare veramente l’affare per ovvi motivi, in quanto alfiere della videomusica come realtà di costume e di profitto in rapida espansione.
Ma la realtà era che il video di Thriller fu pensato per non essere solo un’operazione commerciale, ma una vera e propria cospirazione per scardinare i gusti della gioventù bianca – usando Landis come grimaldello -, conquistando quella fetta di mercato che ai neri era da sempre occlusa. E l’ambizione finale è soprattutto quella di raggiungere un pubblico universale e trasformare il successo di un singolo artista nel riscatto d’intere categorie di emarginati dalla grande macchina dello spettacolo. Thriller rappresenta infatti per Michael un tentativo di esorcizzare gli abusi subiti da bambino: Jackson ha vissuto infatti un’infanzia in cui gli si è negato il gioco, e costretto a diventare un fenomeno da baraccone a colpi di cinghia del padre, si rifugia nella sua stessa condanna, la musica, trasformandola in punto di forza.
E stavolta il freak ha rotto le manette: se già con Off the wall mette una distanza tra sé e il giogo familiare (in particolare quello dei Jacksons), con Thriller si è emancipato del tutto tramite un successo inaspettato ed è pronto al distacco definitivo non solo dagli orrori del passato ma anche del presente, per rinchiudersi nella sua Neverland dove il mondo non potrà mai entrare se non con i gossip e i processi alle intenzioni. La poetica dell’“adult child” già ispezionata da Brian Wilson, che a caro prezzo pagò con la salute mentale, è nell’82 di Michael appena in calce rispetto ai futuri deliri, ma il video di Thriller smaschera gli orrori del crescere, la malattia mentale che segue la trasformazione fisica da bambino a uomo.

Non senza un’evidente metafora che paragona la sessualità a un atto di bestialità violenta (la trasformazione in “gatto mannaro” che aggredisce la bellissima protagonista Ola Ray, per la prima volta in assoluto partner femminile di un Jackson fino allora lontano da certi “sex behaviour”) che catapulta automaticamente nel mondo dei grandi distruggendo con la sua oscenità ogni innocenza. È inevitabile che ciò accada, gli adulti sono morti viventi che contagiano senza pietà, e in un certo senso nel video Jackson prevede la sua stessa zombificazione oramai mangiato dal suo sviluppo biologico e costretto a interventi di chirurgia e a bizzarrie infantili (unite – in alcuni video – a improbabili ostentazioni macho come farebbe un ragazzino che cerca di non farsi bullizzare da quelli più grossi di lui) per preservarsi in una eterna e impossibile fanciullezza.
Il mostro convive con Michael, il bambino mai cresciuto e innocente condivide lo spazio psichico con il (potenziale) pedofilo. Le ombre lunghe ed oscure di una personalità ferita a morte si allungano in tutto lo spettro della canzone, tanto ansiogeno quanto pregno di un candore ragazzino che racconta a parole sue della “paura del babau”. Una paura tanto ingenua quanto giocoforza disperata, e che riesce nel miracolo di essere allo stesso momento dark, leggera, hard electro, hip hop, disneyana, weirdo, con uno degli spoken word gotici più creepy della storia a cura di Vincent Price e ovviamente danzabile fino a consumare le suole delle scarpe. Come appunto la geniale coreografia degli zombi del video, opera di un Jackson che voleva i suoi morti viventi ballerini il più possibile aderenti alla estetica alla Romero piuttosto che a un discorso fumettistico, comunque già esplicitato nella canzone.
Il video racconto di Thriller, con la sua trama semplice in cui un principe azzurro si trasforma in un mostro (con un momento di cinema nel cinema, quando la coppia che guarda un film horror si osserva inconsapevolmente sullo schermo e si ritrova ben presto a capire che la realtà è molto peggio, parallela ma maggiormente tragica) in qualche modo trasforma Jackson da tenero soul boy a persona poco rassicurante. Ma è anche vero che già dalla copertina dell’LP di Thriller, apparentemente innocua e stilosa, si nascondono dei chiaroscuri inquietanti, delle ombre che intorno all’efebico Michael paventano il buio di un’anima lacerata . I connotati dell’artista sono diversi rispetto alla copertina di Off the wall, la mutazione è in atto e Jackson è come un vulcano spento in procinto di risvegliarsi.
Nella busta interna due disegni dello stesso Michael inquietano per il tratto brut : il ritratto suo e di Paul Mc Cartney che si contendono la ragazza di “the girl is mine” tirandone le estremità fino quasi a smembrarla, e appunto l’illustrazione di Thriller, tutta fantasmi e mostri dubuffettiani, sono due campanelli di allarme che indicano che il torbido regna sovrano. Le stesse tematiche dell’album non sono così leggere: Beat it è un atto di accusa sulla violenza gratuita di strada, unendo metal e hip hop molto prima dei concept della Def Jam. Billie Jean parla di un ragazzo incastrato da una gravidanza di cui non è responsabile, c’è la pesantezza di una realtà che terrorizza già nell’incipit di Wanna be startin’ something, in cui si parla di esaurimento nervoso e gente ridotta a vegetale per la depressione.

Anche nelle canzoni d’amore, in cui apparentemente si trova un senso di liberazione, in realtà c’è più tensione che altro (come in Baby be mine o in Human nature). C’è la lotta per avere l’oggetto d’amore in un contesto che ancora non vede di buon occhio i rapporti interraziali (vedi la già citata The girl is mine in duetto con Paul Mc Cartney, il cui concetto verrà anni dopo inasprito con il singolo Black and white, in cui sì, non importa la razza ma chi tocca la mia ragazza muore…). Soprattutto è una lotta tra l’anziano e il giovane, l’adulto vuole fregargli, con una seduzione equivoca, anche una preda d’amore che dovrebbe essergli naturalmente estranea.
Insomma il video di Thriller riassume in se tutto questo disagio, sviluppando altresì nel personaggio interpretato da Michael un jestering fenomenale da far impallidire l’Aphex Twin del video di Come to Daddy, che se da una parte è burla di bambino dall’altra è il classico scherzo che uccide di mooreiana memoria, sul filo che lega l’innocenza alla psicopatia. Thriller in se è un lavoro di mestiere di Landis, chiaramente derivativo della matrice del suo inarrivabile Un lupo mannaro americano a Londra, ma è comunque un grande lavoro. Farà infatti incetta di premi, segnerà uno standard imprescindibile nel campo dei video musicali, sbugiarderà lo scetticismo dei discografici e sarà la videocassetta più venduta di sempre usando il geniale stratagemma di pubblicarla come se fosse un documentario sulla realizzazione, eternando il concetto di girare video come un evento epocale. Riesce ad essere semplice, quasi elementare, ma nello stesso tempo è in grado di catturare lo spettatore, avvolgerlo, ipnotizzarlo e lanciare Jackson nell’iperborea degli indiscutibili (l’album Thriller in sostanza rimarrà tre anni interi in cima alle classifiche), evitando cadute di stile che la megalomania di Michael inevitabilmente porterà sul set del video di lancio del successivo album, Bad.
Paradossalmente, Michael Jackson sarà più credibile come zombie piuttosto che come teppista, ma questo lo si sarebbe potuto intuire. Ancora di più, scatenando tra l’altro accuse di satanismo da parte dei testimoni di Geova, nonché citazioni in giudizio dallo stesso Landis per diritti non percepiti, il cantante sarà sicuramente più temibile proprio come se stesso: Michael Jackson, un individuo tanto spaventoso quanto irresistibile.
Un grazie a Jonida Prifti e al suo “non voglio partorire un corpo di plastica”
