Recensioni

7

È stata la mano di Aaron Dessner. A detta di Marcus Mumford, la fisionomia del nuovo album a firma Mumford & Sons deve molto all’impronta impressa in regia proprio dal fondatore dei The National, il quale li avrebbe spinti a ritrovare un’essenzialità smarrita tra tentativi (falliti) di sperimentazioni fuori fuoco e, sostanzialmente, ad abbracciare un approccio alla scrittura e alla produzione molto più libera da sovrastrutture legando il tutto ad un’idea di ‘piacere’ che sembrava anch’essa perduta.

Il risultato è Prizefighter, lavoro che si mette in scia al precedente Rushmere uscito lo scorso anno e annunciato come un ‘ritorno alle radici’ per la band – e che chiude idealmente un cerchio che li vede (in parte) centrare l’obiettivo. Sì, perché ad ascoltare i quattordici brani del nuovo album si avverte nitidamente la sensazione di un meccanismo che sembra finalmente essersi sbloccato: non più solo pop radiofonico patinato, refrain innodici o saliscendi emotivi da teen drama, quanto un’idea di folk che, pur non smarcandosi da stilemi pop, riesce nell’intento di riportare tutto a casa.

Sarebbe errato parlare di un disco in grado di riallacciarsi a lavori fortunati come Sigh No More o Babel – entrambi utili a costruire quel Mumford-sound che è diventato riconoscibile a livello globale – sebbene in scaletta non manchino episodi che faranno felici proprio i fan della prima ora: il tono intimo di Conversation with My Son è un ‘tema’ ricorrente e segno di un lavoro che punta a cercare di ravvivare una connessione umana che sembra sbiadire sullo sfondo di schermi digitali, mentre ritroviamo quella vis alla stregua di Little Lion Man nell’emozionante Run Together che si interroga sul come essere un uomo in un mondo rovinato dagli uomini, proprio mentre Marcus fa i conti con l’esperienza della genitorialità.

Pesa però sulla buona riuscita dell’album la presenza di tanti amici-collaboratori quali Hozier (Rubber Band Man), Chris Stapleton (Here), Gigi Perez, Gracie Abrams e Justin Vernon, ognuno fondamentale nell’inserire – senza ingombrare – tasselli utili a ricostruire un’immagine che aveva smarrito la propria fisionomia. Riflettendoci, i Mumford & Sons – nel corso di quindici anni – hanno vissuto un percorso tutt’altro che lineare: un’ascesa fulminea, arrivata prima ancora di avere gli strumenti per gestirla; un’immagine pubblica da gestire; tensioni interne, pause forzate e poi una nuova partenza.

Prizefighter, da questo punto di vista, rappresenta la quadratura del cerchio: i M&S si sono reinventati, incidendo un disco in appena dieci giorni, ma contando su una maturità ventennale; hanno coinvolto amici semplicemente per riscoprire il piacere di condividere la musica insieme, lasciando fuori dalla porta strategie e classifiche: quello che alla fine hanno trovato è il suono di un gruppo che si (ri)scopre ‘nudo’, libero da orpelli e futili rappresentazioni di sé.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette