Recensioni

6.9

L’avevamo segnato tra i nomi da tenere d’occhio con più attenzione da quella perla di Supercalifrigida, spiralitico scioglilingua cinico il giusto su una base (di The Clerk) cattiva e cicciona a dovere. Le paure alla vigilia dell’esordio in LP erano che Mudimbi volesse cavalcare l’onda di un momento che lo vedeva potenzialmente ben inserito anche in tutta quella fettazza di trap più à la page, che se pur non lo inglobava in toto, quantomeno avrebbe potuto rendere plausibile anche una possibile evoluzione in quel senso. Così fortunatamente non è stato, e Michel concede poco o nulla ai facili ammiccamenti modaioli paventati: cala invece la carta dell’eclettismo, giostrando le sue rime su una palette bella ampia e variegata di basi che pescano un po’ dappertutto.

Abbiamo l’EDM più caciarona e “ignorante” (ma impreziosita da diverse soluzioni ritmiche più audaci e meno scontate) in Scimmia e Tachicardia; quest’ultima con infiltrazioni che toccano anche la footwork e un paio di ormai ovunque abusatissimi horns dancehall. Sempre al reggae e ai ritmi in levare guardano anche Risatatà e Chi, dove trionfa definitivamente il gusto per la filastrocca anche cacofonica che già si era palesato nei precedenti singoli del rapper, mentre l’unica concessione a (r)allentamenti e rarefazioni tra fumosità r&b e secchi rullanti trap arriva con Giostre; l’apertura alla faciloneria non è però mai definitiva, e gli ammiccamenti pop più smargiassi tipo Empatia, con qualche eco del Fabri Fibra più piacione, sono immediatamente stemperati da beat scheletrici e minimali (Donne) e qualche ballabilità di area vagamente Hyperdub con prezzemolate di UK funky (Amnesia).

A livello di scrittura ci muoviamo soprattutto intorno a quello spiccato gusto per le assonanze, le filastrocche onomatopeiche e a tratti quasi infantilistiche che abbiamo già detto, con rime per lo più baciate e una predilezione per le figure di suono prima ancora che di significato. E se la personalissima cover poteva far pensare ad un concept autobiografico, il ponte col proprio passato e una dimensione più (auto)riflessiva è solo ideale. Mudimbi è una penna non eccelsa ma buona sì, che rimane ancorata ad una dimensione abbastanza pragmatica e quotidiana senza voli pindarici troppo aulici, nonostante il lessico utilizzato non sia affatto di grana grossa. Così un repertorio anche abbastanza forbito è messo al servizio di una pragmaticità abbastanza spicciola, rendendolo a livello di scrittura quasi un inedito crossover tra un Mecna molto più zarro e un Millelemmi decisamente più cattivo rispettivamente a livello di significato e significante. E se certe uscite lì sul momento magari fanno un po’ cadere le palle («viva la figa, e chi ce la dà»?), quello che le rende perdonabili e che mostra gli evidenti margini a disposizione, è il disincantato cinismo che filtra tra le maglie della (non) narrazione. Ci riferiamo ad episodi come il fantastico video di Tipi da Club, o allo schiaffo in faccia senza compromessi di Schifo. Spiragli di un talento ancora tutto da sviluppare, ma già sulla buona strada.

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