Recensioni

Se si pensa ai Mount Kimbie, l’immagine che viene in mente è quella del Giano Bifronte, un’entità mitologica a due teste di cui una guarda al futuro, l’altra al passato. Nel caso del duo britannico, le due teste sono quelle di Dom Maker e Kai Campos. Nell’ultimo disco, Die Cuts | City Planning del 2022, questa separazione si fa evidente. Due metà prodotte in modo indipendente: una (Maker) rivolta verso il fuori, la contaminazione, le collaborazioni (l’inseparabile James Blake, Nomi, Kučka e Danny Brown), un’idea di musica urbana che, nella recensione di Marco Boscolo, “sembra quasi cercare di fotografare lo zeitgeist di una certa tendenza musicale attuale”; l’altra (Campos) ripiegata verso l’interno, sempre ispirata da scenari urbani ma visti tramite una lente distorta, quella del sottosuolo del clubbing, certo, ma anche del rumore bianco, delle tubature, degli impercettibili movimenti di un organismo vivo che non dorme mai.
A due anni di distanza i Mount Kimbie tornano con un nuovo disco, The Sunset Violent, stavolta scritto e prodotto insieme. Se è vero e il lavoro è stato concepito nella Yucca Valley, in California, non lontano da quel Joshua Tree che è uno staple di certa tradizione musicale statunitense (da Gram Parsons in giù) e non solo (il chiaro riferimento è agli U2), il primo singolo Fishbrain risente in più modi di questa suggestione ambientale e molecolare a cui i due, come visto, non sono indifferenti.
Fishbrain riprende il discorso sul post punk approfondito in Love What Survives (2017), le dissonanze, le atmosfere ora ansiogene ora depressive, e lo trasporta dall’altra parte dell’Atlantico. Dai Joy Division ai Sonic Youth, nella cui storia è ben presente il tema del going west, dell’andarsene in California a raccogliere i cocci e le reliquie di una cultura pop in pezzi. Se idealmente Fishbrain è la Death Valley ’69 dei Mount Kimbie, a livello puramente musicale assomiglia a una variazione sul tema dell’intro di Teenage Riot: un giro di chitarra con accordatura non standard, un dialogo fra voce maschile e femminile che rasenta il mantra, una vibrazione opprimente che nei Sonic Youth è da ricondurre al sottosuolo di New York, mentre qui è stordimento da calura e spazi aperti.
L’utilizzo della voce femminile, qui coinvolgendo la performer e compositrice Andrea Balency-Béarn, è una costante dell’album. Una voce sognante che rimanda a Julee Cruise, a una tradizione da Strade Perdute, una California solarizzata, in negativo, da David Lynch. Elemento ben presente in pezzi come A Figure In The Surf, Yukka Tree o Dumb Guitar, canzoni midtempo dove la tensione è sotterrata da strati di chitarre in stile Hüsker Dü, riferimenti immediati di un hardcore eighties dalla spiccata componente melodica. La chitarra elettrica è la grande protagonista del disco: d’altronde il termine sunset, in ambito computazionale, significa eliminare progressivamente un server, o un software. Un possibile riferimento a una svolta analogica nel percorso della band. I riferimenti alla mitologia pop americana proseguono con Got Me, ballad dove la figura di piano ricorda sinistramente l’immortale sigla di The X Files, potente generatore di immaginario e al contempo immediato referente di una vibe malevola, misteriosa, eerie.
Il titolo stesso del disco, The Sunset Violent, recupera anche una dimensione di sublime paesaggistico, da quadro espressionista, che rimanda ad altri abitatori di quella terra, i Kyuss di Blues For The Red Sun o gli X di Under The Big Black Sun. Se non arriviamo in questo caso all’hardcore o allo stoner (siamo piuttosto sul limite dello shoegaze, evocato in modo efficace nell’iniziale The Trail, forse il pezzo più riuscito del disco), è evidente uno sguardo, stavolta del duo integro e allargato (fra i collaboratori anche King Krule e Marc Pell), tutto rivolto verso il fuori; un fuori che non è più quello urbano ma quello sterminato, allucinatorio, apocalittico delle highways (come da copertina del disco) da cui è facile deragliare.
In definitiva, un disco teso a ricreare filologicamente sonorità e stati d’animo di una stagione ben precisa; dopo avere esplorato territori electro e IDM, post-punk britannico e nuove tendenze urban, questo nuovo capitolo volta lo sguardo verso gli anni ’80 statunitensi raccontati da Michael Azerrad in Our band could be your life. I riferimenti sono tutti al posto giusto, in un lavoro che però pare mancare di una cifra personale, messa in secondo piano da un’operazione mimetico-evocativa. Un disco più da curatori museali, che sposta poco all’interno di una discografia che pur presenta episodi urgenti e originali (Cold Spring Fault Less Youth su tutti).
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