Recensioni

7.2

Se c’è una cosa che abbiamo imparato nella più che decennale carriera del duo inglese, è che da un disco al successivo, ma il discorso vale anche per le uscite che una volta chiamavamo laterali, non sappiamo mai cosa aspettarci. Tanta è la varietà di stimoli, stili e prospettive adottate da Kai Campos e Dom Maker, riuscendo comunque sempre – e in questo sta parte della loro bravura – a trovare una propria visione piuttosto coerente. Qui, giunti al quarto disco propriamente detto, le cose si fanno più complicate. Dopo la coesione “da band”, come scriveva Luca Roncoroni a proposito del precedente Love What Survives, siamo di fronte a un disco bifronte: un volume, Die Cuts, affidato a Maker, che nel frattempo ha preso casa in America, e un secondo, City Planning, che invece è affidato a Campos. I due li hanno presentati come due facce della stessa medaglia, ma quando nel lettore parte Q subito dopo end of the road sembra di cambiare completamente paesaggio, colori, temperature, mood…

La diversità tra i due mezzi dischi sta anche nell’affollata compagine di featuring che compare in Die Cuts, da James Blake (che torna a collaborare con Maker), Nomi, Kučka, Danny Brown, solo per citare i contributi su alcuni dei brani più convincenti. C’è un’esplorazione in varie riprese di un panorama molto urban, in bilico tra trap, post-trap, hip-hop, r’n’b con qualche tocco popeggiante che sembra quasi cercare di fotografare lo zeitgeist di una certa tendenza musicale attuale. Il tutto è amalgamato da una produzione molto elegante, attenta, che mostra tutte le apprezzate doti di Maker come producer. Al punto che ti viene il dubbio che Die Cuts possa passare per una specie di catalogo promozionale delle produzioni della casa. Ma mettendo da parte queste considerazioni commerciali, il mezzo disco si consuma in una mezz’ora in cui Maker, più che badare ai pezzi o a cavare fuori il colpo grosso, pare voglia fissare il momento della sua evoluzione artistica, un po’ come capita ai jazzisti con le loro formazioni. Quindi, se il limite di questo procedere è l’assenza del brano che si elevi sopra la media, il pregio è un flusso sonoro riconoscibile che funge da radio station su 2022. La pecca sono un paio di riempitivi senza featuring che, a questo punto, si potevano tranquillamente evitare. E il fatto che tanta varietà mette necessariamente da parte un po’ di coesione.

Il clima del mezzo disco di Campos è completamente diverso, completamente privo di featuring e interamente legato alla radici house e techno del duo, che qui si contamina con una spinta urbana, notturna e molto liquida che contrasta fortemente con le tinte chiare usate dal socio. Qui c’è minor concessione al lato poppeggiante e invece una barra molto dritta sul dancefloor. Il disco scorre come un fiume sporco di acque nere che disegna le prospettive architettoniche di una urbanità ideale e idealizzata attraverso una accorta selezione dei timbri. Ci sono un paio di cluster di brani, quelli che vanno sotto il titolo di Satellite e quelli che vanno sotto il nome di Zone, che riportano anche con le parole a uno sguardo futuristico e cyberpunk che fa capolino più per intento che sonorità. Altri passaggi sono innervati di tribalismo e pulsazioni tra organico e digitale. Siamo sicuramente in zona Burial, ma con uno sguardo aperto sul mondo, non solamente rivolta al mero (meraviglioso) solipsismo. Ne viene fuori una cavalcata notturna estremamente coesa e coerente, forse nel complesso leggermente meglio riuscita del mezzo disco del sodale.

In conclusione, non è facile trovare una quadra per dire che cosa sia questo doppio mezzo disco, perché forse ci vorrà tempo per capire quali siano davvero i fili che uniscono le sue due metà. Al momento, dopo i primi ascolti post uscita, l’elemento che unisce sembra essere l’interesse per l’ambiente urbano inteso in modi molto diversi: con Maker che lo immagina come scenario per affreschi di culture musicali che si mescolano e scontrano, e Campos che lo guarda come fonte di ispirazione per i propri pensieri al confine tra interiore ed esteriore. Certo è che se non fossero presentati assieme sotto lo stesso moniker penseremmo di essere di fronte al lavoro di due artisti diversi. Vedremo cosa succederà in futuro.

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