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«L’ho riconosciuto dal silenzio», fu questa la risposta di un Jorge Luis Borges ormai cieco quando venne avvisato della presenza di Italo Calvino, durante un incontro tra amici a Siviglia. Se l’essere schivo è stato uno dei tratti caratteristici dello scrittore italiano, la sua eredità culturale travalica i limiti della letteratura e si spinge fino al quotidiano. Infatti, Calvino era capace di riflettere sull’assenza di consolazione per ciò che si distrugge quando si scrive e, allo stesso tempo, affrontare il complesso tema della semplicità nelle sue Lezioni americane. L’analisi di ciò che è semplice è per certi versi prettamente letteraria, ma trasporre il concetto nella vita di tutti i giorni assume un valore decisamente importante, soprattutto se pensiamo a quello che è successo nell’ultimo anno.
Semplice, per David Byrne è un qualcosa di trasparente in cui le sfumature assumono ancora più importanza; per Francesco De Gregori un bisogno da inseguire. Non so se questo gioco di rimbalzi a tema sia frullato in testa a Francesco Motta, ma ascoltando il suo ultimo disco e le sue parole in conferenza stampa pare che tutto quadri. «Temo le voragini della memoria. Altre volte, non desidero altro che togliere di mezzo tutto, ricominciare ogni giorno da zero, annegare nell’oblio»: questa contraddizione che l’artista livornese metteva nero su bianco nel suo libro Vivere la musica, uscito lo scorso anno per il Saggiatore, si riflette in quello che è il suo terzo album in studio.
Semplice è un disco diretto, ma ricco ed elaborato. Un album in cui l’apporto ritmico ed elettronico di Mauro Refosco e di Bobby Wooten (musicisti dell’eclettico Byrne) si mescola ai consigli di De Gregori. Un racconto in dieci canzoni – perché «il concetto di l’album è ancora importante, anche se l’ascolteranno in quattro dall’inizio alla fine» – che testimonia la ricerca del semplice, dell’essenziale, perché «la leggerezza è una conquista».
Motta ci ha abituato al suo biografismo, a un modo di percepire la realtà prettamente personale. Si tratta di un micromondo fatto di radici ben salde (Livorno, la famiglia) e connessioni più o meno inaspettate (Roma, l’amore). Non sorprende quindi che ascoltare i suoi dischi sia come sentire un ragazzo che parla di cosa rappresenta per lui la fine dei vent’anni e di quanto sia importante non abbandonarsi a una comodità che potrebbe rivelarsi letale, come vivere o morire. Semplice è la continuazione di questo discorso, alcune canzoni risalgono a prima di Dov’è l’Italia e altre sono venute alla luce nell’ultimo anno. Il risultato è quello che lo stesso Francesco definisce «rock col violoncello», a sottolineare l’importanza di Carmine Iuvone nell’impostazione sonora di questo percorso.
Contraddizioni. Basta prendere a esempio E poi finisco per amarti; l’aria che la circonda, la batteria larga, la tensione degli archi, la voce distesa e i trick ritmici (a inizio brano il tocco personale di Refosco è percettibile). Tutto in contraddizione, ma il risultato non è barocco. Tutt’altro, il racconto di errori e paure si piega alla speranza di provarci nonostante il mondo non cambierà e, soprattutto, all’amore che si alterna all’odio ma – lo percepiamo perfettamente nel cantato – è un flusso su cui lasciarsi andare. Il singolo è preceduto dall’apertura affidata ad A te, in cui chitarre acide e melodie oniriche si scontrano riportando alla mente i Velvet Underground. Ancora contraddizioni. Quello che non so di te si sporca di new wave sfiorando le ombre dei Cure, mentre Via della luce è un notturno che si aggrappa sul pianoforte, Semplice tiene echi africani in sottofondo per concentrarsi sul flusso di coscienza, Quando guardiamo una rosa è la giusta conclusione che, inaspettatamente, dà vita a una coda strumentale che chiude il cerchio.
La matrice è sempre l’equilibrio tra rumore e melodia, Motta arriva al suo terzo disco puntando sul concetto di semplicità, mantenendo intatta la sua scrittura – lavorando anche sulle sfumature della sua vocalità – e affidandosi alle contaminazioni, in un gioco di equilibri precari e per questo affascinanti.
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