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7.1

«Ma tutto questo, alla fine, a che cazzo serve?»: partiamo dall’esistenzialismo per immergerci in quello che potrebbe sembrare l’ennesimo libro sulla musica partorito da un addetto ai lavori e, semplicemente, non lo è. Perché Francesco Motta riversa nelle pagine di Vivere la musica la stessa schiettezza dei suoi testi, come dire: ci parla di suo padre così come dei primi della classe – quelli che “stanno sempre sul pezzo” – con lo stesso accento pisano.

E sembra proprio di ascoltarla la sua voce mentre leggiamo di ostinazione, città che bruciano e del racconto di un percorso personale che si traduce spesso in ragionamento sul mondo musicale passato e presente. In tal senso, è molto interessante il discorso sul “Mela Z”, una metafora che racchiude il senso di cosa significa scrivere e produrre una canzone ai giorni nostri. Di come effimero o profondo può essere questo rito e, ancora, di quanto gli errori siano importanti.

Quest’ultima affermazione potrebbe essere il sottotitolo del libro intero, da questo punto vista Motta non fa altro che invitare il lettore a commettere tutti gli errori che servono per raggiungere la verità. Questo elogio all’imperfezione tesse trame che il tempo ha poi intersecato, come per la disciplina; così detestata dall’autore in ambito didattico musicale, tanto rigida, ricercata e condivisa all’epoca dei Criminal Jokers. Il flusso di pensieri del libro, espediente che lo rende piuttosto scorrevole, nasconde una metodicità chirurgica: «Inventa, ingegnati, programma. Prima botta in testa della disciplina […] Primo problema, apparentemente insormontabile. Primo passo, escogitare una buona soluzione».

La storia di Motta è il filo conduttore di un monologo che si inerpica nel male dei talent (dove molte persone sono lì per il successo e non per la musica), plana sull’importanza dei gregari (compresa a pieno durante una partita della Viola) e gira attorno a una delle cose più difficili: trovare il proprio posto nel mondo. Leggere Vivere la musica è toccare con mano la disperazione, la frustrazione ma anche la vitalità e le overdose emotive di chi fa musica. Allo stesso tempo, queste pagine sono utili ad ampliare i nostri punti di vista su molte cose: senza presunzione e lontano dal manualismo, Francesco sembra essere in cerca di un dialogo. È come se a fine libro chiedesse al lettore di prendere in mano carta e penna e rispondere alle suggestioni offerte, un invito a lasciar fluire i propri pensieri. Non a caso, l’ultima parola è proprio “ripartiamo”. E dovendolo fare – soprattutto in queste settimane così difficili e delicate -, come non partire proprio da una domanda al contempo spontanea e insidiosa: tutto questo, alla fine, a che cazzo serve?

 

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