Recensioni

7.2

Con un titolo del genere, il contenuto non può essere così distante da ciò che ci si immagina. E i Moon Duo, la coppia di “psych explorers”, come li definisce la casa madre Sacred Bones, non ci pensano nemmeno ad allontanarsi dal cliché immaginativi di genere. Nemmeno l’allargamento della formazione in duo (nella vita) Ripley Johnson / Sanae Yamada al terzo (in)comodo John Jeffrey, seduto alle pelli, ormai retrodatabile al 2015 (Shadow Of The Sun, ma presente anche nel Live In Ravenna del 2014), ha inciso sulle dinamiche del gruppo, anche se una parvenza di umanità in più l’ha donata al suono invero alieno e robotico delle origini.

Il guitar-driven psych-rock del terzetto resta entro i campi del canone di genere, si diceva, ma nelle intenzioni a monte di questo Stars Are The Light (registrato, non casualmente, in Portogallo alla Serra de Sintra, posto conosciuto dai romani come “le montagne della luna”) c’era una maggiore insistenza sulle ritmiche groovey, abbracciando, nelle parole della band, un range “muovi-chiappe” che comprendesse il funk dei ’70 come il mondo rave dei ’90, e garantendo, grazie alla presenza al desk di sua santità Sonic Boom, un bel grado di fattanza acida e visionaria. Quindi, a bassa e sinuosa battuta condita da iridescenza e luccichii tipicamente (old) west coast (Fall In Your Love) o nei momenti più accesi (Eye 2 Eye, carica e anche cafona nel suo incedere bellicoso), passando per le desolazioni tra il desertico (leggi allucinatorio) e il doorsiano di Eternal Shore e quelle mutant-pop della title track, è sempre l’accoppiata “melodia”-groove a guidare, a trascinare nel gorgo di una psichedelia veramente estatica e trascendentale, a segnare lo scarto “luminescente” con le invisibili ed occulte architetture, vedi alla voce Occult Architecture o Circles, che i Moon Duo avevano sistematicamente indagato.

Qualche disco fa parlavamo di questa transizione sonora dal modello basico Spacemen 3/Suicide verso qualcosa che non snaturasse i connotati ma offrisse qualcosa di diverso, che germogliasse da quel suono per evitare di rimanere entro i recinti del genere; beh, quel “diverso” ora è qui e assume le forme di una idea personale di groove che parte dal fascino per la disco, intesa come “endless dance of bodies in nature” e la piega ai propri visionari voleri senza incaponirsi in casse dritte o ritmiche scontate. La conclusiva Fever Night è, quindi, più di un ritorno a casa; è la chiusura di un cerchio che suona, vista la materia precedente, quasi come un saluto sentito a ciò che si era e la definitiva partenza verso lidi più “solari”.

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