Recensioni

Il precedente e acclamato Circles, oltre a dare risalto al già evidente, ovvero la passione per la circolarità e le reiterazioni cicliche di un suono abusato quanto si vuole ma pur sempre affascinante, metteva sull’avviso l’ascoltatore spostando l’asse delle composizioni del duo in love Sanae Yamada/Ripley Johnson verso qualcosa di meno aggrappato ai cliché di genere. Ora il duo, nel frattempo diventato stabilmente trio – dietro le pelli c’è quel John Jeffrey avvistato nell’ottimo Live In Ravenna – riesce a ingarbugliare ancor di più la questione, reiterando, sì, quelle caratteristiche di cui sopra – veri e propri architravi dell’intero progetto – ma anche sparigliando le carte con piccoli sfasamenti che, seppur non messi ancora organicamente a fuoco, riescono a fare di Shadow Of The Sun un godibilissimo album “di transizione”.
Al solito tran tran fatto di rock’n’roll minimale e ossessivo, dal tostissimo impianto motorik, dalla grana sonora corposissima, con pezzi come Wilding, Thieves, Slow Down Low eletti a testimoni, si uniscono variazioni sul canovaccio che fanno “transitare” il suono del duo/trio verso qualcosa di non ancora definito ma potenzialmente notevole. Ad esempio l’animo sintetico che sottosta, come una spina dorsale, alla robotica Night Beat (nomen omen) e che ne fa un’ipotesi di dark-dance che riassume i dancefloor alla “The Cave” degli ultimi 30 anni. Roba che ritroviamo nella devastante Ice, sette minuti di cassa dritta astrale. Oppure, su tutt’altri lidi, una pastorale ipnosi come In A Cloud, che ce li mostra sfocati menestrelli primitivisti e che starebbe benissimo come commento sonoro a qualche ottima scena di qualche ottima serie TV.
Si sarà compreso, dunque, il riferimento precedente all’album “di transizione”. Shadow Of The Sun è realisticamente una transizione, uno slittamento che non perde in memoria sonora, ma scivola in avanti. Verso dove e verso come ce lo diranno i Moon Duo in futuro.
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