Recensioni

Più sorprendente rivelazione di questi anni venti del 2000, i bielorussi Egor Škutko, Roman Komogorcev e Pavel Kozlov arrivano con Belaya Polosa alla tappa del quarto album. Il secondo per i tipi di Sacred Bones, la prestigiosa etichetta americana che ha adottato e lanciato i Молчат Дома (Molčat Doma nella traslitterazione corrente in italiano, anche se quella anglosassone equivale ormai a nome internazionale) facendoli affermare anche sul mercato discografico internazionale dopo gli exploit di gradimento sul web. Il nuovo LP è stato registrato a Los Angeles, dove il gruppo originario di Minsk risiede ormai stabilmente; scelta comprensibile anche in ragione delle non troppo velate critiche al regime di Lukashenko espresse in passato con testi come quello di Kommersanty, ma che non ha portato comunque a rinnegare la lingua madre, conservando così intatte le peculiarità linguistico-fonetiche dei testi e del canto.
Stesso discorso per l’immaginario visivo: l’immagine di copertina continua la serie iconica di Ėtaži e Monument, con un altro richiamo, stavolta appena più colorato, all’architettura brutalista simbolo del fu stile sovietico. Notazione non casuale, quella sul colore: se c’è un punto nevralgico dove si gioca la partita del nuovo disco – potremmo dire di ogni nuovo disco – è proprio lì, tra la continuità con il marchio estetico forte che ha definito l’identità del gruppo e l’aggiunta di elementi nuovi, più brillanti e variopinti (“in technicolor” secondo una presentazione alla stampa desiderosa, evidentemente, di rimarcare la differenza con i dischi precedenti e soprattutto con Ėtaži che tendeva a un maliconico ma poetico monocromo).
Sul piano sonoro Belaya Polosa è figlio tanto del rigore dark-wave di Ėtaži quanto delle aperture dance e pop di Monument. Ma stavolta i Molchat Doma spostano leggermente in avanti le coordinate estetico-temporali di quel sound figlio delle wave anni ’80. A lato della pubblicazione dichiarano a chiare lettere di non disdegnare le sonorità anni ’90, e anzi di coltivarle con passione. Ecco allora i Depeche Mode di Violator (in Kolesom) o di Ultra (la title-track; anche se l’influenza di Gahan e soci per il trio non è certo una novità); l’eco postindustriale di Nine Inch Nails – quelli però di marca più synthpop-ebm, cioè di Pretty Hate Machine, in chiave meno spinta nonostante una cassa-in-quattro pesante in primo piano – che aleggia sull’iniziale Ty Ze Ne Znaesh Kto Ya; addirittura (influenza autodichiarata) i Duran Duran del Wedding Album del ’93, in Chernie Tsvety; e le varie forme di dance elettronica che si uniscono ai ben noti cold-wave, synth-wave, post-punk, agli echi di Cure ecc. ecc. ecc.. Insieme che permette a un sound di andare avanti, di avere soluzioni diverse, non tutte in grado però di produrre qualcosa di distintivo o realmente coinvolgente (per smarcarsi dal proprio cliché si può finire per collezionarne altri).
Ci sono due considerazioni da fare. Da un lato, Ėtaži (per chi scrive il disco migliore del trio) aveva come il pregio di arrivare fatto e finito da un altro universo, da un’altra dimensione. Con un suono lo-fi che era parte integrante e anche decisiva del suo fascino e soprattutto con le canzoni, malinconiche e monocrome ma quasi sempre memorabili, con melodie “secondarie” di synth e di chitarra altrettanto incisive di quelle vocali.
Parafrasando il titolo dell’album (che si dovrebbe tradurre “linea bianca”) possiamo dire che la via ideale tra identità e crescita, al fine di mantenere entrambe, è sempre una linea sottile, complicata da seguire e spesso tortuosa. La band di Minsk in Monument e Belaya Polosa ha introdotto nuovi elementi e una produzione più professionale e pulita. Non si è limitata a replicare il già apprezzato, a costo di rompere fatalmente un po’ di quell’equilibrio a suo modo incantato. Da un lato era inevitabile; dall’altro, il problema vero tende a stare più nelle canzoni, certi schemi un po’ usurati e le novità stesse che non si traducono in altrettante idee brillanti di scrittura.
I pezzi che colpiscono e convincono davvero, Son e Beznadehznyy Waltz, sono quelli dove la musica popolare o addirittura colta esteuropea ha più voce in capitolo, come se l’anima profonda della band venisse allo scoperto. Sarà l’anima vera? Sarà, forse, la via d’uscita per non essere più considerati troppo derivativi, revivalisti oppure ripetitivi. Un rischio in cui la band si impegna sempre a non cadere ma che, a dire il vero, non riesce sempre a scongiurare.
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