Recensioni
Mitski
The Land Is Inhospitable and So Are We
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Fabrizio De Palma
- 21 Novembre 2023

Nata in Giappone nel 1990, da madre autoctona e padre americano, Mitski Miyawaki ha vissuto in 13 paesi diversi prima di stabilizzarsi negli Stati Uniti all’età di quindici anni: “Non mi sentivo a mio agio da nessuna parte, ma sono sempre stata americana”, ha dichiarato nel 2016, “così per sopravvivere ho creato questa ‘America ideale’ “. Ben presto si è resa conto che “La terra è inospitale e così siamo pure noi” – questa la traduzione del suo settimo album in studio pubblicato il 15 settembre alle porte dell’autunno, pur essendo un disco dal respiro decisamente invernale: dal gelo di Frost alla neve di When Memories Snow fino al Natale atipico di I Don’t Like My Mind.
Si tratta indubbiamente anche del suo album più “americano” dal punto di vista del suono: abbandonato il synth pop anni ‘80 di Laurel Hell (2022) – che alcuni avevano ipotizzato potesse essere il suo ultimo album, per via di certe dichiarazioni – Mitski torna alle origini e “aggiorna” il suo indie-pop-rock, esploso su TikTok durante la pandemia, con suoni che sembrano provenire da un’epoca musicale più lontana, trapiantata a forza nel futuro. Il suo recente trasferimento a Nashville sembra aver permeato sottotraccia il sound generale dell’album che appare decisamente più “caldo” rispetto ai suoi predecessori più prossimi (non solo Laurel Hell, ma anche Be The Cowboy e Puberty 2).
La prima cosa che sentiamo all’inizio del nuovo disco è lo strimpellare di una chitarra acustica, che introduce il primo singolo Bug Like An Angel, così scarnificato da apparire quasi lo-fi, non fosse per il coro gospel che accompagna i ritornelli, in cui l’abbraccio della famiglia non è quello della Chiesa, ma piuttosto quello degli alcolisti – “a volte, un drink sembra una famiglia”.
Le influenze musicali citate da Mitski vanno da Arthur Russell a Igor Stravinsky e Scott Walker, passando per le colonne sonore di Ennio Morricone per “La trilogia del dollaro” di Sergio Leone. Ma è impossibile non sentire una virata verso un suono che affonda le radici nel terreno dell’America più profonda (seguendo un po’ lo stesso percorso tracciato lo scorso anno da Angel Olsen con Big Time), per edulcorarlo e giungere infine non proprio al country, ma a una sorta di pop raffinato influenzato dal country (alla Patsy Cline meets Jimmy Webb o più semplicemente alla Nancy Sinastra e Lee Hazlewood) tutto pedal steel, ballate al ritmo di valzer suonate al piano e arrangiamenti orchestrali che sfiorano il Wall Of Sound di Phil Spector. A eseguire quest’ultimi è stata reclutata una vera e propria orchestra di 17 elementi, guidata da Drew Erickson, già artefice di lavori magistrali per i dischi di Father John Misty, Lana Del Rey e il più recente album di Weyes Blood (And in the Darkness, Hearts Aglow).
Il risultato finale è un album molto “cinematografico” – non a caso durante gli incontri organizzati per ascoltare in anteprima il disco, era stata abbinata la proiezione di alcuni classici del cinema scelti personalmente dall’autrice, tra cui La strada di Fellini, Drugstore Cowboy di Gus Van Sant e Days of Heaven di Terrence Malick. È soprattutto tra i cieli immensi di quest’ultimo che possiamo trovare una possibile chiave di lettura del disco. Se nella realtà si tratta di quelli canadesi dell’Alberta (dove il film è stato girato), nella finzione scenica sono quelli del Texas, lo stato americano della stella solitaria e dei Cowboy. The Land is Inhospitable and So Are We è un disco per lupi solitari che fa della solitudine il suo nucleo tematico principale, tratteggiandone varie sfumature.
C’è innanzitutto la contemplazione estatica della solitudine, che tocca il suo vertice lirico in Heaven – “Mi piego come un salice pensando a te / Come un ruscello mormorante che si incurva su di te / Mentre sorseggio il resto del caffè che hai lasciato / Un bacio lasciato da te” – per arrivare a una sorta di sua versione apocalittica in Frost: “La brina, sembra polvere che si è posata sul mondo dopo che tutti se ne sono andati da tempo / Ma io, ero nascosta, o dimenticata, l’unica rimasta / Ora il mondo è solo mio”. I ricordi non piovono, ma “nevicano” (When Memories Snow) tra archi e fiati: “Quando i ricordi nevicano e coprono il vialetto, li spalo via tutti per liberare la strada e andare al negozio, e quando i ricordi si sciolgono li sento nel tubo di scarico che gocciola attraverso il tombino”. È solo una delle possibili reazioni alla solitudine contemplate da Mitski. In altri casi, la cantautrice tenta di affogare la solitudine nell’alcol (“c’è un insetto che sembra un angelo incastrato sul fondo del bicchiere”) o di soffocare i pensieri nella testa con lo stakanovismo lavorativo, salvo poi gratificarsi il giorno di Natale, ingozzandosi di cibo e andando infine a vomitare (I Don’t Like My Mind).
Nei casi più estremi il dolore è così forte da cercare di stringere un patto col diavolo, riaggiornando un vecchio canone del blues ai tempi moderni: “Qualcuno prenderà quest’anima? Poi, naturalmente, nulla rispose/ Nulla ti parla nella notte/ E mi incamminai verso casa/ Non c’era nessuno in vista” (The Deal). Oppure si pensa di meritare una punizione peggiore come in I’m Your Man in cui Mitski ribalta negativamente il significato dell’omonima canzone di Leonard Cohen – Mi dispiace di essere la persona che ami / Nessuno mi amerà mai più come te / Quindi quando mi lasci dovrei morire / Me lo merito, non è vero?”. Il brano si chiude con un distico dal sapore religioso – “Mi credi come un Dio / Ti tradisco come un uomo” – e la relativa punizione divina, con i segugi che abbaiano e danno la caccia alla preda inseguendola nella notte. La capacità di Mitski di creare immagini cinematografiche e surreali attraverso la combinazione di suoni naturali, musica e parole è qui al suo apice. Sarà forse per questo che Iggy Pop l’aveva definita “la cantautrice americana più avanzata che conosca”, mentre NPR era arrivato a proclamarla “The 21st Century’s Poet Laureate Of Young Adulthood”. L’aspetto più poetico-surreale di queste sue nuove canzoni viene veicolato (anche) attraverso l’inserimento di animali-simbolici: oltre al branco di cani punitivi, abbiamo l’angelo-insetto che rappresenta il demone dell’alcol, il diavolo incarnato dall’uccello-oracolo di The Deal e la speranza che prende le forme di un fedele animale domestico in Buffalo Replaced: “Ho una speranza e anche se è cieca e senza nome /Fa la cacca dove deve, si nutre mentre sono via / A volte penso che sarebbe più facile senza di lei / Ma so che niente può ferirmi quando vedo il suo viso addormentato”.
Sebbene i fan più accaniti la considerino ancora una specie di “sacerdotessa della tristezza moderna”, rispetto ai dischi precedenti, questa volta Mitski sembra voler giungere a una sorta di “accettazione positiva” della solitudine – che si manifesta nella sopravvivenza dell’amore nella sue forme più alte e filosofiche: in Star l’amore esaurito continua in qualche modo a brillare su una stella lontana anche dopo la fine di una relazione. In My Love Mine All Mine – secondo singolo e apice del disco – quest’ aspirazione viene portata addirittura a un livello superiore, con il desiderio che l’amore da lei “emanato” continui a esistere come aura cosmica ed entità a sé stante anche dopo la sua morte. Un concetto, questo dell’amore che non si esaurisce “e va oltre”, che viene ripreso anche nella conclusiva I Love Me After You, in cui finalmente Mitski arriva all’accettazione della solitudine come accettazione di sé stessa: “Cammino nuda per casa. Non m’importa nemmeno che le tende siano aperte. Lascio che l’oscurità mi veda. Le strade sono mie, la notte è mia. Tutto mio. Come mi amo dopo di te / Sono il re di tutta la terra”.
The Land Is Inhospitable and So Are We è un western per cuori infranti, in cui la protagonista usa l’amore al posto della pistola, ma stavolta è lei l’ultima a rimanere in piedi, lasciandosi dietro molti più cadaveri di quanti possa conservarne il ricordo – in pratica, una “highlander dell’amore”.
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