Recensioni

We don’t typically look to pop albums to answer our cultural moment, let alone to meet the soul hunger left in the wake of global catastrophe.
Si apre così, sul Bandcamp di Mitski, la descrizione di Laurel Hell, il nuovo disco della cantante che segna il traguardo dei dieci anni di carriera. Quasi uno scarico dalle responsabilità nei confronti di ciò che un album pop può e deve comunicare a chi ascolta. Sì, perché Mitski questa volta affronta qualcosa di attuale ma, in parte, senza volerlo. Sarebbe fin troppo facile commentare l’ennesimo disco post pandemia, che riflette sull’assurdità e sulla fine annunciata di un sistema socio-economico ormai sotto gli occhi di tutti. No, Mitski ha composto la maggior parte di queste tracce nel 2018, dopo Be the Cowboy, il suo album di maggior successo che l’aveva consacrata nell’olimpo degli artisti indie americani. Della pandemia non c’era traccia ma forse, anzi sicuramente, di quella fine di cui parlavamo prima ne eravamo già pienamente consapevoli. I brani di Laurel Hell si sintonizzano perfettamente sulla situazione attuale, poiché nascono dallo schiacciamento psicologico conseguente a un grande successo. Prima di tutto, una riflessione sulla condizione personale della artista nippo-americana:
I always knew the world moves on
I just didn’t know it would go without me
I start the day high and it ends so low
‘Cause I’m working for the knife
Un processo di accettazione che non è accettazione passiva ma movimento attivo nei confronti di una società che troppo spesso impedisce questo movimento, e che possa essere d’aiuto a tutta la folta comunità di persone che vive la stesso malessere. Come una sorta di cura, quindi, Mitski fa ammenda dei propri errori e cerca una via diversa da quella maestra, come ben esplicitato in Everyone: Sometimes I think I am free / Until I find I’m back in line again.
Una via ardua, con il rischio di non farcela, che stavolta però è raccontata, quasi fosse un romanzo di formazione, come parte del processo di evoluzione psicologica dell’artista. La riflessione è qui stratificata e complessa e coinvolge tanto gli aspetti personali (Should’ve been me, I guess) quanto quelli sociali e politici (Stay soft, Valentine, Texas), senza che tra i due si crei una cesura netta. La scelta musicale di affidare alle proprie paure il tappeto più dark e oscuro mai scelto prima (puntellato però da momenti ereditati dal synth-pop anni 80), testimonia il desiderio concreto di creare quel Dancing with tears in my eyes che trova il suo fiorire in Love me more, singolo killer per radio e palcoscenico.
Burnout, crisi, repulsione ma anche umanità, consapevolezza: chiamatela come volete, ma il processo che ha portato Mitski Miyawaki ad allontanarsi prima (proprio come quel Laurel Hell, l’alloro tipico dei monti Appalachi meridionali che cresce solo in zone isolate) e poi a rifiorire in maniera esplosiva, ci ha restituito uno dei primi gioielli del 2022. Da Lush un filo c’è e Mitski l’ha tenuto. Non è certo da tutti.
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