Recensioni

Quando ci si approccia ad un nuovo lavoro di Ken Loach diventa pressoché inutile spendere troppe parole introduttive, sebbene sia impossibile non rimarcare la tenacia con cui il regista porta avanti la propria militanza ideologica. Laddove questa resistenza possa considerarsi un successo artistico, di fatto rappresenta una “sconfitta” se si pensa ai numerosi e (probabilmente) inascoltati atti d’accusa che il regista inglese ha sferrato lungo il corso della sua vasta carriera (iniziata alla fine degli anni Sessanta, rinverdita nei Novanta e trionfante nel nuovo millennio), a dimostrazione di quanto anche il Regno Unito sia un paese in cui tutto cambia per non cambiare affatto (vedi la questione Brexit). Col tempo il suo sguardo si è fatto sempre più diretto, incisivo, espressivo, seppur spoglio di orpelli linguistici (in termini cinematografici), interno alla realtà ma “laterale” rispetto ai personaggi e alle loro storie (maschere di realismo indossate da attori semi-sconosciuti).

Una semplicità registica che ha sempre avuto l’importante compito di veicolare nel buio della sala la potenza espressiva delle sceneggiature di Paul Laverty, collaboratore di vecchia data (a cui, giustamente, i poster riservano sempre uno spazio in bella vista) e abile mosaicista di un’umanità problematica, ai limiti della società e desiderosa di essere ascoltata. E per quanto ognuna di queste loro opere possa essere banalmente considerata “a tesi”, con tutti i pregiudizi che tale definizione porta con sé, la (s)oggettività di Loach consiste proprio nel suo voler essere parte del mosaico, alla stregua di un cronachista di guerra che non può astenersi da un suo diretto coinvolgimento.

Di guerra sembra parlare anche il suo ultimo Sorry We Missed You, presentato a quel Festival di Cannes che due anni fa lo aveva premiato con la Palma d’Oro per Io, Daniel Blake. Subito dopo i titoli d’apertura, come un ufficiale militare camuffato nel corpo di una persona comune, il responsabile di una grossa ditta di consegne di Newcastle spiega a Ricky (Kris Hitchen) quali saranno le mansioni e gli obblighi di un corriere freelance, così da prepararlo preventivamente a quello che (teoricamente) lo aspetta. Sebbene lo spettatore sappia a priori che quella sequenza rappresenta l’inizio di una tragedia tutta contemporanea, ma che ha radici nelle forme più comuni di schiavismo industriale, ciò che stupisce del colloquio è l’attenzione linguistica con cui vengono elencate le caratteristiche dell’affiliazione («no salari, sì parcelle», «non lavori per noi, ma con noi», «è una tua scelta»); in questo si riconosce subito la genialità di Laverty, nell’interpretare con chiarezza una situazione che non sembra nascondere nessun tipo di effetto collaterale, proprio perché la spiegazione segue i binari di una disarmante semplicità e di un’apparente libertà di manovra.

Il magazzino da cui partono i corrieri assume così i connotati di un campo d’addestramento/prigionia volontaria (con tanto di gabbie) in cui si fa appello non tanto al responsabile, sempre vigile e incalzante, quanto alle direttive segnate sul palmare che traccia le rotte e scandaglia i tempi di consegna («prenditi cura di lui e lui si prenderà cura di te»). È qui che si manifesta la prima forma di alienazione che subisce il protagonista: il concentrare le decisioni e le azioni (unite alle speranze di realizzazione sociale ed economica) in funzione di un oggetto che non deve essere in alcun modo intaccato, anche a discapito della propria incolumità.

A differenza di altri film di Loach dove le difficoltà risiedono nel ri-ottenere una posizione dignitosa all’interno del proprio contesto sociale (dall’ex alcolista de Il mio nome è Joe del 1998 ai reietti de La parte degli angeli del 2012), il percorso di Ricky pende verso una drastica perdita di tempo, la cosa più preziosa che possiede l’essere umano. Mentre il combattente disoccupato Daniel Blake sentiva il proprio orologio biologico scadere e lottava per poter impedirne l’inesorabile incedere, Ricky non è ancora consapevole di quanto tempo stia perdendo a ogni campanello suonato e questo perché è diventato parte integrante di una “macchina” onnivora e senza troppe vie d’uscita (macchina che Stephane Brizé ha definito legge del mercato nel suo omonimo film del 2015).

Nemmeno lo spettatore se ne accorge, inizialmente coinvolto nella frenesia delle consegne e divertito dalla varietà di interazioni che ha con i clienti; spassosa la diatriba calcistica con un tifoso anti-Manchester Utd. (la squadra del cuore di Loach, come esplicitato nel divertente Il mio amico Eric del 2009). Inoltre, come se non bastasse, il tempo è un elemento cardine anche per la moglie Abbie (Debbie Honeywood), infermiera a domicilio che per guadagnare la somma di denaro sufficiente al mantenimento familiare deve accumulare più pazienti possibili nell’arco della giornata e, di conseguenza, evitare ogni forma di coinvolgimento emotivo. Di tutto ciò, a risentirne maggiormente sono i due figli, l’irrequieto Seb (Rhys Stone) e la piccola ma intelligentissima Liza (Katie Proctor), entrambi lasciati a loro stessi e in balia dei pericoli di un’età che necessita la guida costante di un genitore (ecco il riflesso con la formula sorry we missed you che fa riferimento al biglietto di cortesia lasciato dai corrieri quando non trovano il cliente in casa).

Sorry We Missed You non avrà l’equilibrio perfetto di altri film tragicomici di Loach, basti notare l’incertezza con cui viene gestita l’ultima drammatica mezz’ora, ma ha il pregio di unire i colpi migliori della scrittura di Laverty all’intensa semplicità di uno sguardo cinematografico che interviene sempre quando ce n’è più bisogno. E, alla fine, viene restituito non tanto un messaggio da integrare e divulgare, per quanto sia di primaria importanza ai fini collettivi (sociali, politici), quanto una serie di immagini profondamente eloquenti per la loro naturale dolcezza, come quella di un padre e una figlia che risparmiano sul tempo da passare insieme condividendo la veloce pausa-pranzo davanti a un bellissimo panorama.

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