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5.0

Di Mina, cosa dire? Oltre al mito, al monumento (una monumentizzazione auto-imposta col ritiro dai riflettori nel 1978, a neanche quarant’anni), il suo repertorio racconta per estensione e qualità una vicenda pop con pochi termini di paragone nel nostro Paese, a parte quella diversa ma simile (e con punti di contatto ben noti) di Lucio Battisti. Quanto a Fossati, il bilancio della carriera ci dice di un musicista che ha saputo maneggiare rock, folk e pop ad ampio spettro, modulando il livello dalla radiofonia al cantautorato, riuscendo a mantenere sempre alta l’attenzione sia sul versante dei testi che su quello della musica. Il suo ritiro relativamente fresco – risale al 2011 – sembra in qualche modo speculare a quello di Mina: mentre lei ha deciso di annullarsi in quanto personaggio pubblico per esistere solo attraverso i dischi, peraltro usciti con regolarità negli ultimi quattro decenni (portando il totale alla sbalorditiva cifra di 75 album in studio), Fossati ha invece annunciato di non voler più produrre musica nuova né esibirsi in concerto, di smettere cioè di esistere professionalmente.

Queste due traiettorie così divergenti hanno finito per incontrarsi, anzi per re-incontrarsi, visto che si erano sfiorate proprio all’inizio del ritiro di Mina (Stasera io qui e Non può morire un’idea facevano parte del doppio Mina Live ’78) e in occasione di altre cover (come Cowboys e Notturno delle tre), rischiando una collaborazione vera e propria già nel 2002, quando fu abbozzato il progetto di un album a quattro mani che però rimase lettera morta. L’entourage di Mina ci ha quindi riprovato in tempi recenti, presentando al cantautore genovese una proposta che – parole sue – non ha potuto rifiutare, semplicemente perché non si può dire di no a un’artista come lei. Ed eccoci quindi a questo disco, undici tracce scritte appositamente da Fossati per la Tigre di Cremona e interpretate quasi sempre in coppia. Vista da una prospettiva promozionale, si tratta di un’operazione assai arguta da più punti di vista. Se infatti negli anni Mina ci ha abituati a uscite più o meno natalizie e comunque di puro mestiere, un battere cassa in grado di riscuotere consensi e successo commerciale a prescindere da sostanza e qualità del prodotto (forse anche perché si rivolge a un pubblico che ancora vede nel supporto fisico un valore aggiunto, e che quindi considera consequenziale l’acquisto del CD o del vinile), consegnare le chiavi della scrittura a Fossati significa guadagnarsi automaticamente punti sul piano dell’autorevolezza autoriale. A ciò si aggiunge il coinvolgimento diretto dell’Ivano nazionale, la cui “presenza discografica” era rimpianta da non pochi fan e assicura quindi un surplus di interesse. C’è un ulteriore aspetto: come cantautore Fossati è stato bravo negli anni a non chiudersi in una torre d’avorio e anzi a mantenere vivo il cordone ombelicale con l’immaginario radiofonico, a cui ha saputo regalare brani accomodanti ma di ottima qualità. Vedi titoli quali – solo per citarne alcuni – Pensiero Stupendo, Non sono una signora, Un’emozione da poco, E non finisce mica il cielo e Le notti di maggio, senza contare i successi pubblicati a proprio nome come La mia banda suona il rock, La musica che gira intorno o La canzone popolare. Brani a pronta presa, certo, ma al cui confronto molto cosiddetto itpop contemporaneo dimostra la consistenza e la sostanza di una sottiletta rispetto al parmigiano.

In ragione di ciò, avevo aspettative piuttosto alte da questo disco, e proprio in merito alla possibilità che potesse rivelarsi un ottimo album pop. Speravo insomma che il talento dei due andasse a incontrarsi sul versante della radiofonia “alta” più che su quello della “autorevolezza autoriale”, e non si sarebbe trattato di un accontentarsi: mi sembrava, anzi, una speranza piuttosto ambiziosa. Alla prova dei fatti, ahimè, si è rivelata invece velleitaria. Tolta un parte centrale – tre pezzi – è infatti un album troppo accomodante, con poche intuizioni melodiche degne di nota, testi dignitosi che però un Fossati può scrivere con la mano sinistra, arrangiamenti (affidati al figlio di Mina, Massimiliano Pani) che sembrano pescare sistematicamente dal catalogo Ikea della comfort zone per ascoltatori di mezza età e mediamente appassionati. Peggio ancora, le interpretazioni: sono professionali, puntuali, in alcuni casi teatrali, quasi sempre comunque fredde, anche quando provano a mettere in gioco l’incrinatura del timbro, l’usura degli anni disincanto dopo disincanto.

La opening L’infinito di stelle cala subito la carta dell’aura mediocritas: con la sua solennità da Sanremo in abito da sera è tutta forma e levigature appena increspate, s’impegna ma non sa liberarsi dalla rigidità pseudo-autoriale come ti aspetteresti da una Mannoia impegnata a mettere in pratica se stessa (vale a dire quella degli ultimi vent’anni, e sono generoso). Subito dopo ci imbattiamo in Farfalle, e il gioco è ancora più scoperto: trattasi di una ballatina arguta dalle ascendenze bossa cucita su misura del lato più giocoso di entrambi, messa lì a ribadire la presunta capacità di sdrammatizzare da campioni, i quali però sembrano a loro agio come il sottoscritto con la playstation (molto poco, vi assicuro). È già chiaro a questo punto che la bussola non è altro che il target, un’utenza da blandire con pasticchine defatiganti formattate ad hoc, vedi quella Tex-Mex che vorrebbe spacciare sarcasmo ma più che altro rasenta l’orrido in salsa Santana, o quella Ladro recuperata forse in qualche pattumiera di scarti del Morandi anni ’90 (con l’aggravante di un recitato finale goffissimo), o peggio ancora una L’uomo perfetto che ricicla scorie latine e Supertramp (il riffettino preso da Give A Little Bit) sembrando destinata a fare la felicità dei complessini da due soldi nelle balere di poche pretese.

Fa maluccio anche Meraviglioso è tutto qui (ballata miele e vaselina che azzarda saliscendi melodici forzati e una still guitar piuttosto intrusa) e una Niente meglio di noi due che impasta un bignami funky world alla Paul Simon e i Genesis altezza Invisible Touch, tanto per stemperare la solita goffaggine melodica senza direzione. La galleria degli orrori si chiude con la rumba blanda di Amore della domenica, tutti i timbri accomodati ad arte (persino il coretto effettato), un ritornello/filastrocca di bassa lega, il bridge ondivago e quel recitato che raggiunge ulteriori livelli (e motivi) di imbarazzo. Peccato, perché le potenzialità c’erano, come dimostrano tre pezzi in sequenza: Come volano le nuvole temporeggia nella penombra al modo di Notturno delle tre, finché non schiude un bel ritornello dall’estro pop obliquo (degli XTC colti da mestizia flamenca?); la successiva La guerra fredda si fa perdonare un refrain tedioso di sax soprano con uno sviluppo melodico finalmente degno di Fossati (ricorda un po’ Sigonella), anche le chitarre in riverbero riescono a suonare suggestive; infine Luna diamante dipana una trama malinconica e palpitante per piano e archi su cui Mina apre le ali con fare stropicciato e teatrale, al centro finalmente del cono di luce, spiragli di carne e tormento, un tumulto sedato a stento.

Ecco, da qualche parte in mezzo a questi tre pezzi penso che si potesse trovare una chiave migliore. Probabile che mercato e playlist premieranno comunque, del resto è su quei parametri che il progetto mi pare concepito. In ogni caso, per un po’ farò i conti con un forte e indigeribile senso di spreco.

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