Recensioni

6.7

Il folk racchiuso ne La via del sale, il nuovo album di Michele Gazich, è arcaico, lontanissimo e sconosciuto, nonostante formalmente viva d’archi lignei, pianoforte, chitarre, percussioni e qualche strumento popolare, ovvero un campionario di sfumature musicali tutto sommato classico. Eppure è l’umbratile intensità sospesa della Nico di Desertshore quella che viene in mente ascoltando brani come la Dia De Shabat “grassettata” dal bouzouki e non un linguaggio folk più canonico, in un disco nickcaveiano nelle atmosfere (il duetto con Rita Lilith Oberti in Storia dell’uomo che vendette la sua ombra) e in cui spunta anche un ipotetico Giancarlo Onorato (Barcellona, Sicilia, col feat. del bravo Salvo Ruolo) nascosto tra le pieghe di testi poetici e suoni imponenti ed essenziali al tempo stesso.

Gazich si muove tra colto e profano, appoggia un cantato ruvido su una musica che rifiuta la contemporaneità negli accenti e nei testi (l’amaro «così chiede il dio Progresso» de La biblioteca sommersa), sceglie la lentezza della meditazione piuttosto che la fisicità dell’antagonismo espettorato, recuperando un concept geografico che in realtà è filosofico: «Un tempo», spiega il musicista, «il sale era prezioso come l’oro e preziose erano anche le vie attraverso le quali veniva trasportato in tutto il mondo conosciuto: queste vie oggi hanno perso il loro senso originario e i luoghi che esse percorrevano sono abbandonati, quasi dimenticati. Sopravvivono ancora, tuttavia, musicisti e strumenti tradizionali legati ai tempi che furono, quando la via era importante. Ho perciò strappato questi strumenti alle loro terre e ho contestualizzato il loro rimpianto, il loro grido e il loro lamento in musiche e parole che ho composto oggi per raccontare l’Europa di oggi, fatta di resti industriali, maestose rovine del terziario, biblioteche sommerse dalle acque, città distrutte, migrazioni e barricate: le nostre contemporanee Vie del sale».

Il risultato è un disco intrigante e tutto da scoprire. Unico difetto: manca forse un pizzico di carattere in più a un cantato che ci pare fin troppo trattenuto rispetto a una parte musicale affascinante che invece lo vorrebbe eloquente, più coinvolto e meno illustre.

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