Recensioni

Michele Gazich è una figura artistica piuttosto singolare. Cantautore senza gradire questa definizione (eppure il suo Folkrock in condivisione con Massimo Priviero è finito tra i finalisti delle Targhe Tenco 2012), personalità musicale capace di un percorso atipico e ricco di esperienze (in passato, tra le tante, collaborazioni con Michelle Shocked, Massimo Bubola e Mark Olson dei Jayhawks) e infine profondo conoscitore di quel credo ebraico a cui lui stesso appartiene. Tanto da organizzare convegni in ambito universitario come quello sulla figura di San Paolo che ha ispirato il “concerto spirituale” – così ama definirlo Gazich – tenuto presso il Duomo di Brescia nel maggio del 2012 e di cui questo dvd/cd è trascrizione fedele.
Nulla di pretenzioso: da sempre la religione flirta con la musica popolare moderna, si parli di blues (che del cattolicesimo riprendeva gli aspetti più terreni), gospel, del Fabrizio De André di La buona novella o magari della produzione di band come i Welcome Wagon o artisti come Leonard Cohen. Gazich dà la sua versione dei fatti con un folk minimale ma di alto profilo sia nella scrittura che nelle tematiche affrontate, a metà strada tra chanson francese e aspirazioni cameristiche dal sapore sacro/medievale.
C’è una critica al materialismo imperante nelle corde dei brani, ma senza rabbia o facili antitesi. Piuttosto si arriva a destinazione attraverso una mescolanza di testi profondi e voci sussurrate che tende alla riscoperta dell’amore è di un’umanità in senso lato. Una certa vena confessoria si mescola alla poesia della musica e alla magia del luogo, con un Gazich che riesce a svicolare grazie a un carisma innato e a una tensione emotiva profonda che valorizza tematiche per forza di cose universali. La morte, la vita, la solitudine, il perdersi e il ritrovarsi: è fatta di queste cose la poetica del musicista bresciano, ma anche di omaggi a Pasolini (L’angelo ucciso), a Ezra Pound (Poeta in gabbia), al Branduardi più riconoscibile (La leggenda degli amanti che camminano sul filo) e a un Medioriente che sembra di poter chiamare casa (Verso Damasco, Salmo magico). Il tutto su trame strumentali che sommano pianoforte, violoncello, viola, violino, chitarra, bouzouki.
Non è un disco per tutti, Verso Damasco. Per apprezzarlo è necessario sospendere il giudizio, accettarne l’imprinting aulico e popolare al tempo stesso, indagare il bagaglio culturale che si porta appresso, sottostare alla bellezza di una diversità poco sintonizzata sulla contemporaneità. Un esercizio che presuppone lentezza e capacità di calarsi appieno in un lavoro stratificato e poetico.
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