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All’epoca della sua uscita, Creed non solo mise in evidenza il talento di Ryan Coogler e Michael B. Jordan (che già venivano dall’esperienza insieme di Prossima fermata Fruitvale Station), ma riuscì anche nell’impresa di rimettere in piedi un’epopea, quella di Rocky, giunta al capolinea in maniera stanchissima e pietosa (ma ancora dannatamente vera) nove anni prima con Rocky Balboa. La saga trovò nuova linfa vitale nelle vicende di Adonis Creed, figlio illegittimo del grande Apollo, e cronaca della sua ascesa al titolo mondiale dei pesi massimi. Si passava così dal raccontare le bastonate che la vita riservava al pugile italoamericano a quelle destinate a un ragazzo afroamericano costretto a una vita lontana dai riflettori che gli spettavano di diritto.

Non poteva essere più “black” la svolta voluta da Coogler, che con il primo capitolo di questa nuova storia era riuscito a convincere tutti, pubblico e critica, che lo spirito di Rocky potesse perdurare ed essere ereditato spostando l’attenzione su un contesto speculare ma approfittando degli stessi codici del film sportivo. Tuttavia, Creed II non riuscì a ripetere l’alchimia, rifugiandosi in un citazionismo grossolano e fine a se stesso (benché giustificato un minimo dalla trama) per finire schiacciato sotto quel macigno che nell’immaginario comune rimane irraggiungibile e che risponde al nome di Rocky IV. Film anni ’80 per eccellenza, il quarto capitolo della saga con Sylvester Stallone era propaganda sfacciata e fiera al suo apice, che utilizzava la figura dello Stallone italiano per trasmettere un messaggio di speranza e fratellanza tra popoli. Difficilmente una scazzottata in odor di vendetta tra Adonis e il figlio di Ivan Drago avrebbe potuto anche solo rivaleggiare.

Così, per il suo esordio alla regia, Michael B. Jordan sceglie una storia più intima, lontana dalle grandi metafore politiche, per il suo Creed III. Stavolta, Adonis ha a che fare con Damian “Dame” Anderson, ex pugile e suo vecchio amico d’infanzia (i due condividevano la stessa casa famiglia da piccoli), che torna dopo una ventina d’anni di carcere per scalare i vertici della boxe. Il rancore latente tra i due personaggi porterà inevitabilmente a uno scontro che prima ancora che sportivo è personale.

Al primo appuntamento in assoluto senza la presenza di Stallone (che rimane comunque tra i produttori), la saga di Creed mostra le sue crepe più evidenti: non è più un film sportivo come lo erano quelli della saga da cui è nata, e non è nemmeno quel film di denuncia (anche se molto alla lontana) che il primo Creed aveva suggerito in maniera certosina e intelligente.

Proprio come il capitolo precedente, anche questo Creed III è in definitiva un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, e finisce per fallire su entrambi i fronti, sprecando la magnifica prova di Jonathan Majors (che era anche l’unica cosa buona del recente Ant-Man and the Wasp: Quantumania). Il suo è un personaggio sofferto e sofferente dalla prima all’ultima inquadratura, a differenza dell’Adonis di Jordan che ormai non ha più nulla di interessante da aggiungere alla sua storia.

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