Recensioni

6.4

I Mew sono una band da prendere o lasciare, e lo diciamo scacciando da subito il rischio di superficialità che una definizione del genere porta con sé. Sì, perché se da un lato le poliritmie a cui i danesi ci hanno abituati in più di vent’anni di carriera tornano prepotenti a tuonare la loro presenza anche in questa settima fatica, non si può negare un certo coraggio, quello che spinge Jonas Bjerre, Johan Wohlert e Silas Utke Graae Jørgensen a continuare imperterriti per la loro strada no matter what. Di facile presa sul pubblico, sfuggono alla catalogazione tout court, camaleonti quel tanto che basta per farli oscillare tra le pieghe del prog alla Yes e Jethro Tull, dell’art-rock e dell’indie più inflazionato, senza che vi sia traccia, o quasi, di presunzione o pomposità gratuita, che spesso rimano più o meno consapevolmente con lo sberleffo (Candy Pieces All Smeared Out).

Nothingness and No Regrets segna il collegamento ideale con il precedente +- e traccia il percorso su cui si dipanerà tutto il lavoro, con quel suo pop brioso, articolato, eppure leggero e mai ruffiano, come dimostra la successiva The Wake of Your Life, in cui l’elettronica (parente stretta del contemporaneo Friends dei White Lies) non domina, ma soccombe allo stile consolidato della band. Ay Ay Ay, oggetto estraneo al mondo semi-barocco bjerriano, rivela questa nuova e schizofrenica visione: tra riflessione pessimista preconizzatrice di tragedia e stilosità da concept anni Settanta che snatura pericolosamente la veste colorata e artificiale di cui i Nostri si erano rivestiti. Natura, appunto bipolare, che viene riabbracciata repentinamente in Learn Our Crystals, e che Twist Quest sviscera definitivamente, riportando l’ascoltatore su lidi caleidoscopici e a una goffaggine di fondo irresistibile.

La voce di Bjerre, evocativa da sempre, prova a ragionare per immagini e a costruirvi sopra mondi pervasi da personaggi riflessivi, ingenui e speranzosi allo stesso tempo, descrivendoli con tremolii, cori, onde di suoni e metamorfosi ritmiche che finiscono per comporre un mosaico inaspettatamente cupo, tenebroso, quasi infimo, in cui i protagonisti scappano, si rincorrono, si innamorano, tremano, si abbracciano e si divertono come non mai, e dal quale non vorrebbero mai essere separati, immaginando al contempo un luogo migliore. In fondo, il protagonista di questo ideale concept è un uomo che cerca la tranquillità e trova la complicità dell’ascoltatore nella sua lotta contro i nonsense del vivere quotidiano, del continuare ad arrovellarsi su piani di vita che si risolveranno inevitabilmente in un fallimento, con la consapevolezza che gli errori continueranno ad essere ripetuti, stagione dopo stagione. L’unico antidoto sta, quindi, nel ricercare quegli attimi di tranquillità (vedi felicità) che quel flusso in costante divenire che è la vita ci concederà di tanto in tanto (come in una notte a Zanzibar), finché quella «morte al poliestere», in cui non esiste niente e alcun rimpianto, ci catturerà nonostante i nostri sforzi per combatterla. E alla fine, dopo tutti quei viaggi e i ritorni a casa (Carry Me to Safety), lasciare a qualcun altro il compito di curarsi degli affanni dei mortali.

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