Recensioni

In quasi vent’anni i danesi Mew hanno sempre pubblicato dischi degni di nota, e sono saldi nei termini di un’originalità appariscente, se vogliamo vistosa, tanto da essersi auto-etichettati (con una certa ironia) come una band di art rock pretenzioso o addirittura – secondo le parole del chitarrista Bo Madesen – «l’unica band indie da stadio al mondo». Detto tra noi, sono definizioni che funzionano e calzano, ma di cui non tutti andrebbero fieri. Ma è proprio qui che sta il genio dei Mew: il loro modo kitsch, che emerge sia dalle sonorità, sia da copertine sempre fuori dal comune, come ad esempio quella di No More Stories…«I danesi stanno sulla scia dei Menomena e paiono dei Phoenix cresciuti a pane e Yes», e la voce surreale, a tratti eterea, del cantante Jonas Bjerre rende l’ascolto sempre molto mistico.
Anche in questo sesto disco, intitolato +- e in uscita per PIAS, la voce è il perno centrale della “macchina”, mentre le strutture poliritmiche insieme al prodigio di leggerezza e complessità sono il motore: l’unione delle due cose fa correre questo lavoro. Una corsa che inizia con il suono d’arpa di Satellites, su cui si innalzano riff calzanti, un beat minimalista e la voce evanescente e incisiva (ma mai troppo) di Bjerre, e finisce con Cross The River Own Your Own, una fusione perfetta di pop e prog rock la cui varietà sonora tiene sull’attenti l’ascoltatore per sette minuti. I riff all’inizio taglienti e poi inclini al cupo e misterioso di My complications sono farina del sacco di Russell Lissack, chitarrista dei Bloc Party; il pezzo non a caso sembra un punto d’incontro tra il miglior indie e il progressive dei Genesis.
Tra gli altri ospiti troviamo anche Kimbra, che canta in The Night Believer conferendo al pezzo una maggiore sonorità pop. Clinging To A Bed Dream è uno dei picchi creativi: rumori di strada accompagnati da un sporadico cinguettio vengono spazzati via da un riff caraibico che confluisce in ritornelli ariosi in cui Bjerre può esprimere al meglio le sue doti vocali. Se poi ci sono pezzi come Witness, che possono sembrare ripetitivi, ce ne sono altri come Rows che confermano quanto la band abbia da offrire: in quasi undici minuti di canzone i Mew riescono a sorprendere con cambi di tempo e spaziando dal dream pop al progressive.
+- forse ci mette un po’ a convincere, ma alla fine una cosa è chiara: sarà grazie al ritorno del bassista Johan Wohlert, saranno i cinque anni di tempo dall’ultimo disco, sarà l’ottima produzione di Micheal Beinhorn (già sul pezzo con i Mew per …And The Glass Handed Kites) ma +- segna un ottimo comeback per il gruppo.
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