Recensioni

L’omnichord è uno strano strumento elettronico inventato in Giappone e commercializzato a partire dai primi anni Ottanta. Assomiglia all’autoharp, con tasti per eseguire accordi e una specie di piccolo pad che sostituisce le corde da suonare con l’altra mano. Ma ha anche incorporato una sorta di batteria elettronica. Per certi versi assomiglia a un giocattolo, ma nel corso degli anni ha acquisito una sua dignità e alcuni artisti l’hanno apprezzato per il peculiare sound (che ovviamente varia da modello a modello).
Meshell Ndegeocello, bassista extralusso per molti pop act (Madonna) e non solo (Herbie Hancock), lo ha usato durante il periodo pandemico per strimpellarci in casa mentre, in mancanza di musica live, lavorava ad alcune colonne sonore. Sull’omnichord sono nate le idee che sono finite nel suo nuovo disco, il primo per Blue Note, storica etichetta del jazz, che la musicista di stanza newyorkese reputa la realizzazione di un sogno di quand’era bambina.
Ma bisogna dire due cose anche sulla seconda parte del titolo del disco. Il Real Book è nato negli anni Settanta del secolo scorso come specie di bussola per turnisti jazz: una specie di “bigino” in cui sono indicate le successioni degli accordi e dei giri dei principali standard che un musicista dovrebbe sapere per potersi districare in una carriera nei club. Ma il Real Book fornisce solo alcune indicazioni, come un semplice supporto mnemonico, mentre è il singolo o la singola musicista a dover interpretare quegli abbozzi di brani.
Ndegeocello trova un’edizione del libro tra le cose del padre, musicista anch’egli, scomparso recentemente. Il Real Book del titolo, quindi, fa riferimento sia a questa riscoperta personale, ma anche al modus operandi per la costruzione delle 18 tracce che compongono il disco: idee, abbozzi messi insieme da Ndegeocello sull’Omnichord che poi sono state sviluppate con la band in una serie di session in studio a cui ha partecipato una pletora di amici e amiche: Jason Moran, Ambrose Akinmusire, Joel Ross, Jeff Parker, Brandee Younger, Julius Rodriguez, Mark Guiliana, Cory Henry, Joan As Police Woman e Thandiswa.
Ne esce il disco più maturo e consapevole della sua carriera, in un sincretico equilibrio tra free-jazz, r’n’b, funk con influenze che spaziano dalla world music, dalla tradizione black all’hip hop. La sensazione generale che se ne ricava è di un’artista che dopo aver messo molta rabbia nelle proprie composizioni, oggi abbia una sicurezza di sé invidiabile derivata non da una qual certa arroganza, ma dalla tranquillità di aver compreso fino in fondo chi è e che cosa vuole. Non ha paura di lasciare la linea vocale a Thandiswa in una tiratissima Vuma che profuma di Africa, jive e balli infuocati, mentre il funk elettrico di Omnipuss mette in evidenza le sue doti di bassista. Si muove sinuosa nella splendida e lunga ASR in pieno territorio fusion. Si fa intima in Call The Tune e nella delicata ballad pianistica messa in piedi con Joan As Police Woman (Gatsby).
Non bastasse la sovrabbondanza di idee che fuoriescono dai 70 minuti di musica contenuti nel disco, ci sarebbe anche da analizzare il lavoro sui testi, con una elaborazione del trauma (Towers in compagnia del vibrafonista Joel Ross), del sogno afrofuturista di Virgo e di molto altro in una stratificazione che avrà modo di dispiegarsi in successivi ascolti.
The Omnichord Real Book è il disco di una musicista al pieno della proprie potenzialità, capace di dialogare con tante sensibilità e di immaginare per sé e per chi ascolta un suono futuribile.
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