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7.7

Il 2 agosto 1924 nasceva a Harlem James Baldwin: scrittore, poeta, saggista e uno dei più acuti critici della società americana. Baldwin ha spesso raccontato che la sua fortuna fu quella di trasferirsi in Europa, dove riuscì a vedere chiaramente l’oppressione asfissiante che la popolazione nera degli Stati Uniti continuava a subire, dall’epoca dello schiavismo fino al cuore del Novecento e oltre.

Baldwin appartiene alla generazione successiva alla cosiddetta Harlem Renaissance, il movimento afro-americano che, partendo dal nord di Manhattan, diffuse una nuova consapevolezza delle potenzialità artistiche e socio-politiche della comunità nera. Nella musica, basterebbe ricordare nomi come Jelly Roll Morton, Duke Ellington e Eubie Blake, o Louis Armstrong, Fletcher Henderson e la nascita di un jazz che prima non esisteva. Baldwin si nutre di tutto questo e, per certi versi, avrebbe potuto diventare il “santino nero” da esibire nei salotti buoni: un uomo nero educato, intelligente, affascinante. Ma Baldwin rifiuta questo ruolo, scegliendo di non tacere di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze, alla “bianchezza” del sogno americano.

A tutto questo Meshell Ndegeocello dedica No More Water: The Gospel of James Baldwin, un disco grandioso, il secondo pubblicato per Blue Note, dopo l’ottimo The Omnichord Real Book dello scorso anno. Un album grandioso non solo per la durata (oltre 76 minuti), ma soprattutto per le intenzioni e l’architettura: una lunga liturgia laica (non a caso si parla di “vangelo” nel titolo) in cui Baldwin assume il ruolo di celebrante. Ma non è l’unico. Nel flusso di spoken word, avviato magistralmente dalla poetessa Staceyann Chin, c’è spazio anche per un’altra gigante della letteratura americana, Audre Lorde. Ndegeocello prende in prestito il mantra “we were not meant to survive” (da A Litany for Survival) e lo intreccia alle figure di Malcolm X, Martin Luther King, ai morti di Ferguson e a tutte le vittime della polizia razzista, in un paese dove la maggioranza bianca ha scelto di ignorare persino gli omicidi trasmessi in diretta video.

In questa spinta civile, il fulcro politico è rappresentato da Raise the Roof, che ribadisce “noi non andremo da nessuna parte”. Ndegeocello, con il suo basso dalle molteplici sfumature, si destreggia come una grande bandleader, lasciando spazio a voci straordinarie, come quella di Justin Hicks in una sentita What Did I Do? o nella splendida ballad The Price of the Ticket, e al sax di Josh Johnson, altro collaboratore storico. No More Water è un’opera imponente, massimalista, che non teme di abbracciare R&B e soul (Another Country), afrobeat (Pride I e Pride II), e pulsazioni anni ’70 (Love). Un disco che non ha paura di aprirsi con un testo (Travel) che immagina poeticamente i pensieri di un uomo un attimo prima di suicidarsi, tema ricorrente in Baldwin.

Con la fermezza e la maestria di una consumata master of ceremony, ma con idee chiarissime, Ndegeocello fonde definitivamente le sue passioni musicali con la sua più recente foga politica e di denuncia sociale, raggiungendo una maturità espressiva sfaccettata, multiforme e cangiante, dalla quale è difficile staccarsi.

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