Recensioni

TOP
7.4

Cinque anni di silenzio: tanti ne sono passati da Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited, tributo assai suggestivo a un’artista tanto misconosciuta quanto meritevole di riscoperta, nonché operazione che ribadiva la connessione dei Rev col cuore profondo dell’immaginario musicale USA, la loro cura per le rotte che conducono nel territorio del sogno, meglio se fuori dagli schemi, poco battute, anzi proprio per questo in grado di attivare fantasmagoriche perturbazioni dell’ordinario. Ma quel disco consolidava anche un sospetto: ovvero che la band di Buffalo stesse sempre più smarcandosi dal gioco del pop-rock, diradando il ritmo delle uscite e soprattutto privandoci – ahinoi – di composizioni originali (il precedente album di inediti The Light in You risaliva infatti al 2015). In questo senso, il qui presente Born Horses va considerato come un vero e proprio evento, perché ci restituisce una delle band più visionarie dei 90s e soprattutto dimostra quanto sia ancora intenzionata ad allestire quei suoi tipici, stupefacenti panavision sonori. Nel tentativo di, beh, tornare a meravigliarci.

Detto dell’alto gradiente cinematico affidato ad archi, trombe, sax, vibrafoni, pianoforti, tastiere e chitarre, elementi di un barocchismo madreperlaceo che fa oscillare il pendolo del pop tra il cool jazz e la psichedelia, l’aspetto che va immediatamente sottolineato è l’impostazione della voce di Jonathan Donahue, un recitato che sembra arrestarsi sul punto di farsi canto, sulla spuma di un trasporto melodico a cui però non si concede, quasi si fosse appena lasciato alle spalle la dimensione del sogno e stazionasse sulla linea d’ombra di un languore tanto incantato quanto determinato a… raccontare.

Ed ecco che la canzone diventa un ordito timbrico/armonico su cui filare la trama di storie sviluppate come flussi ipnotici, colonne sonore di cortometraggi al tempo stesso densi ed eterei, nei quali collocazione e provenienza sono confusi, sovrapposti, come in un’allucinazione prolungata. A partire da quella Mood Swings che sgrana una sorta di milonga sbocciata tra sortilegi di sirene e sbuffi di jazzitudine sabbiosa tex-mex, discorso che prosegue con Ancient Love, rumba di filigrana vetrosa, il piano a puntellare le pennellate oniriche della tromba. 

Rispetto ai Mercury Rev altezza Deserter’s Songs e All Is Dream affiora un taglio più dimesso, come se le facoltà incantatorie del fare musica dovessero necessariamente fare i conti con la consapevolezza di un contesto nel quale le canzoni vedono il loro ruolo – l’ampiezza e la profondità della loro azione – ridursi a una dimensione sempre più accessoria. È quello che sembra trasparire in filigrana da una A Bird Of No Address, che si alza circospetta da un tappeto di tastiere e piano per poi decollare sì radiosa ma senza dismettere un retrogusto di crepuscolo, e idem dicasi per l’ammaliante Your Hammer, My Heart, ballata jazzy fatta emergere da un’emulsione di archi, ottoni e cori, su cui il piano disegna ghirigori ipercromatici.

Eppure, ecco, la magia è lì, te la indicano con franchezza disarmante, ti sbattono in faccia il suo mistero luminoso, la sua mappa di strade che si perdono dietro orizzonti frantumati, lo sbalordimento per le tradizioni disarticolate e per l’avanguardia accoccolata nell’apoteosi dell’orecchiabile. La title track gioca così ad attirarti in un territorio ben noto, persino prevedibile, ma col suo vorticare denso di archi raggiunge una plasticità fuori scala, peraltro attraversata da pastosi graffiti di chitarra Badalamenti. Patterns invece è tutto uno sfarfallare pop in solluchero psichedelico, la chitarra come uno speculo tra l’ostinato zuccherino di piano e il miraggio delle campane: assieme a Everything I Thought I Had Lost – ballad invischiata in un tumulto languido e vetroso, eco di jazz frantumati e ambient tiepida per trionfo di AOR cinematico – è il pezzo più telefonato, anche se il mestiere è di quelli che trovi nelle cassette degli attrezzi più preziose.

La chiusura è uno scarto ritmico e stilistico, con qualcosa dentro di indomito: There’s Always Been A Bird In Me si snoda tesa e luminescente come una cavalcata The War On Drugs, lasciando trapelare particelle di melodramma 80s che rimandano al Don Henley di The Boys Of Summer. Grasshopper e Donahue non si sono arresi, anche se non si fanno illusioni. Il loro sogno procede con tempi e frequenze che sono sempre meno di questo mondo (delle sue convenzioni, dei suoi schemi). Ed è questo, credo, il messaggio forte che emerge da questo disco. 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette