Recensioni

Arrivati alla forma canzone con il notevole Memorial Waterslides (2024) dopo colonne sonore e sonorizzazioni, il duo di Canterbury (location non casuale) prosegue la ricerca in questo ambito col nuovo album, realizzato in gran segreto in Francia e in alcuni studi inglesi che mettevano a disposizione alcuni degli strumenti atti a creare il loro peculiare mix sonoro, del quale la recensione del nostro Carlo Bordone spiegava praticamente tutto.
Le coordinate di questa nuova raccolta, infatti, sono molto simili: già dall’apertura con Life Could Be A Cloud si mescolano folk intimista antico con gli anni ’90 dell’approccio slacker della voce, cori anni ’60 su cambi di tempo inaspettati e un’accelerazione motorik come se i Moody Blues, invece che ai suoni rock FM dei ’70, fossero andati a farsi una jam con i Neu. La seconda traccia, Cut Glass Hammer, conferma che “memories aren’t problems” quando “time and space collapse”, con ispirazioni che ricordano certi passaggi dei Wilco dilatati nello spazio evocato nella recensione al disco precedente.
La forza dell’album non è solo nell’ispirazione: è quando questa agisce all’interno di un’idea ampia di canzone. Il silenzio del lavoro in duo serve a focalizzare le idee senza perdere la forza e l’energia di una band vera, come accade dopo la malinconia serena del lento indie I Can’t See A Rainbow, che si anima di un crescendo finale vagamente lounge, e nello scatenato e teso singolo Dropped Down The Well, con batteria serrata, basso martellante e organo che oscilla tra rievocazioni psichedeliche d’antan e fraseggi synth-pop anni ’80, dando più corpo e veracità ai Django Django di Marble Skies. La successiva In The Weeds viaggia sui tempi robotici che rendono naturale essere inquieti e frizzanti allo stesso tempo.
Abbandonati i pochi strumentali sperimentali del disco precedente, ci si concentra sulle canzoni, che dialogano con i loro riferimenti con un pizzico di ricchezza strumentale in più, come in Reimagined River, ballata pianistica circondata da arrangiamento misurato; mentre Mediocre Demon usa una bossa aliena per vestire un testo che parla di pessimi rapporti umani e di ecologia. Tempi spezzati anche su Bell Miner, che intona rimpianti su sonorità garage arricchite da passaggi sonori da colonne sonore venate di prog. Lemon Trees è una ballata scarna che pulisce le orecchie prima del finale in crescendo; Watching The Moon corre sulle tracce di Dropped Down The Well, Wildly Remote agita le dissonanze tra delicati arpeggi da ninna nanna, fino alla conclusiva Holy Invisible, bossa aliena e lo-fi che apre lo sguardo verso passato o futuro, con cambio di tempo che accentua i sensi di rimpianto.
In un’epoca in cui si sovrappongono suoni ed estetiche di tutte le epoche, il duo trasforma questo approccio in un punto di forza, distillando uno stile capace di unire opposti: guardando al passato e al futuro, pur ricordando altro nel mix finale, si distingue per carattere, ricchezza sonora e scrittura.
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