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C’è una parola che una volta era di moda, e stranamente oggi viene spesa con più parsimonia nonostante si viva in tempi decisamente propizi al concetto espresso dal termine. Quella parola, brutta e sgraziata come tutti i calchi dall’inglese originario, è “escapismo”. Vale a dire la tendenza a rifugiarsi – mentalmente, psicologicamente e quel che più ci interessa artisticamente – in una realtà parallela per estraniarsi dall’orrore quotidiano che ci rifila il presente. Tra la rappresentazione del mondo com’è e la creazione di un mondo fittizio in cui rifugiarsi – costruito spesso sommando brandelli di mondi esistiti in passato, oppure di mondi sognati ma mai realizzatisi – l’arte, e in particolare la musica, escapista sceglie convintamente la seconda opzione. Detto che tutto il pop, per definizione, potrebbe rientrare nella categoria, un esempio classico era il prog degli anni ’70. Navi spaziali, spartiti di Bach, terre di mezzo tolkieniane, suite di quaranta minuti, quadri a una esposizione, giganti buoni: valeva tutto, pur di non pensare alle file per il sussidio, ai tagli della corrente e alle tappezzerie beige.
Un altro esempio, più recente e apparentemente meno kitsch, ha a che fare con quell’area di band e musicisti che negli anni ’90 avremmo forse definito retro-futuristi, e che proprio ai 90 degli Stereolab (e forse ancora più ai primi 00 dei Broadcast) guardano per ispirazione. Utilizzando come template qualcosa che già era una elaborazione creativa di segnali del passato, questo genere di artisti eleva l’operazione al quadrato sommando con spiccata mentalità streaming-oriented krautrock e colonne sonore anni 60-70, harmony pop e tropicalismo, deviazioni etniche e citazioni dal manuale degli effetti sonori del BBC Radiophonic Workshop, un po’ di immancabile psichedelia e quel tocco di jazz tanto per gradire. Tutto sotto una spessa patina hauntologica: il passato come bastone da rabdomante alla ricerca di un futuro che non vivremo mai. Tra i nomi più o meno celebri in quest’ambito – Vanishing Twin, Jane Weaver, Soundcarriers, Beautify Junkyards, Kit Sebastian, Belbury Poly e così via, alcuni dei quali usciti con ottimi dischi quest’anno – si inseriscono ora di prepotenza i Memorials.
Il duo formato da Matthew Simms e Verity Susman (il primo dal 2010 membro “giovane” negli Wire, la seconda ex delle Electrelane) ha un approccio alla materia ancora più cinematico e panoramicamente ampio, frutto anche del fatto che con il cinema e le visioni ci trafficano da quando hanno lanciato la loro partnership artistica. Dopo aver pubblicato un paio di colonne sonore e aver sonorizzato vernissage e svariati eventi off, Simms e Susman hanno deciso di scriversi la loro sceneggiatura, e questo primo vero album a nome Memorials potrebbe essere la soundtrack per un film di Stan Brakhage (a cui gli Stereolab di cui sopra dedicarono una canzone) così come per un horror-folk inglese dei primi anni ’70 o una pellicola tra sogno e incubo della nouvelle vague cecoslovacca.
Un disco denso, a tratti impegnativo, non lineare, pieno di specchi e di vie di fuga. In alcuni momenti si sarebbe quasi tentati di usare la parola “pop” – come nel singolo Lamplighter, il brano più accessibile del mazzo grazie anche a un refrain che richiama alla memoria certe brit band femminili epoca C-86 – ma è comunque un pop deviato, che si contorce improvvisamente su se stesso e apre squarci di inquietudine. Allo stesso modo si potrebbe provare a infilarli nella vaschetta “folk” ascoltando ballate spoglie come Name Me e Horse Head Pencil (cantate rispettivamente da Verity e Matt), ma anche qua si tratta di un folk i cui tratti ancestrali rimandano a scenari pagani e disturbanti: in particolare la prima evoca, più ancora che il sempre citato The Wicker Man, la colonna sonora di un capolavoro di culto (e dell’occulto) come Valerie and Her Week of Wonders, non a caso film amatissimo dalla compianta Trish Keenan.
In pezzi come Cut It Like a Diamond la dialettica tra vocalizzi angelici e atmosfere apocalittiche che esplodono a tradimento viene rifinita alla perfezione, con in più dei fiati taglienti che aggiungono anche il tassello “free jazz” al puzzle. In reverie angoscianti come I Have Been Alive loop, drone e feedback bollono sotto la superficie prima di far entrare una chitarra che sembra suonata da un trovatore di un improbabile rinascimento cibernetico. La fantasia non fa certo difetto alla coppia, che come è ovvio padroneggia perfettamente l’arte del montaggio, delle giustapposizioni e delle dissolvenze. A loro ulteriore merito va detto che fanno tutto da soli, campionandosi a vicenda, cosa tanto più impressionante visto lo schieramento di tastiere analogiche (Farfisa in primis), synth, percussioni, ritmi motorik, chitarre e bassi. Un suono che riesce a essere contemporaneamente minimale e massimalista, brutalmente atonale e melodicamente aggraziato.
In questo senso le due tracce più antitetiche, e colonne portanti dell’album, sono da un lato Memorial Waterslide II, un incubo industrial-jazz che mescola This Heat, Throbbing Gristle e Richard Youngs, e dall’altro la conclusiva The Politics of Wathever, che si distende in una pastorale barocca in cui Brian Wilson armonizza con le voci di Beth Gibbons e Nico. Troppi nomi, come sempre. La musica dei Memorials va assorbita e goduta per quello che è, ma d’altra parte questo è: un patchwork di suggestioni e di rimandi. Il che, quando si possiede il talento di Simms e Susman, non è affatto un limite. Escapisti sì, ma in grandissimo stile.
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