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È un continuo gioco di rimandi tra passato e futuro, la proposta musicale dei Mechanimal, ma il gusto per la destabilizzazione e l’iconoclastia il gruppo lo porta già nel nome: composta da una parte che indica l’artificialità e la tecnologia e da un’altra che si ricollega alla natura, ma anche alla selvaticità, a una violenza primordiale, la ragione sociale della band greca rimanda ai robot della tradizione anime giapponese, i mecha appunto, immaginati qui in una versione animalesca, irsuta, selvaggia. Un tris di aggettivi che calza alla perfezione anche il sound dei Mechanimal, i quali, giunti al quarto disco, ormai padroneggiano alla perfezione i molti ingredienti che caratterizzano una ricetta sonica alquanto eterogenea ed eccitante.

Crux (che prosegue il sodalizio con Inner Ear Records) si apre infatti con la trap narcolettica e metallica di Ghetto Level, prima di spostarsi su coordinate più electro-rock: dal Nick Cave versione synthwave della romanticamente deviata Sharon alla claustrofobica e distorta Easy Dead, dalle derive noise-rock di Scavenger al blues-punk fantascientifico di Vanquish, passando per la disco-music ossessiva e alienata di Razor Tube e le nebbiose e tossiche desolazioni post-apocalittiche di Hospital of the Storm, le tracce dell’album mettono in mostra un continuo conflitto tra l’elettrica tradizione rock (dal piglio spesso addirittura rockabilly) e un’elettronica austera proveniente da un qualche futuro distopico.

Indubbiamente discepoli degli Sleaford Mods nel coniugare un’attitudine riottosa e polemica con sonorità attuali, autarchiche e digitali, i Mechanimal con questo loro quarto lavoro Crux finiscono per infrangere ben più di una barriera tra generi e scene differenti, mettendo in pratica l’importantissima e indimenticabile lezione di un altro grandissimo punk della contemporaneità più eclettica, il recentemente scomparso Andrew Weatherall.

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