Recensioni

Abituati come siamo, nel nostro universo di avanguardie, tendenze ed innovazioni, tendiamo spesso a escludere mondi interi dai nostri orizzonti; non solo, sovente attribuiamo a questi mondi a noi poco familiari attributi che, a una più approfondita analisi, finiscono per sciogliersi come neve al sole: è un mea culpa indubbiamente personale, avendo per lungo tempo (quasi completamente) snobbato in maniera più o meno sfacciata, più o meno strafottente, i suoni del rock più duro, ma è in parte condiviso se anche un producer e dj del calibro di Levon Vincent soltanto un paio di anni fa poteva usare l’heavy-metal come paragone negativo parlando di una techno mentalmente chiusa e creativamente ripetitiva (certo, Levon Vincent non è certo un campione nelle uscite felici, ma nessuno aveva comunque trovato da ridire sui termini del confronto).
Per fortuna, nonostante tutti i pregiudizi, certe opere riescono non solo ad infiltrarsi nella nostra cerchia di riferimenti ed interessi, ma anche a ribaltare drasticamente le nostre errate concezioni: è il caso del secondo album dei giapponesi Endon, un disco capitato tra le mie mani quasi casualmente ma capace di abbattere ogni steccato di genere. Quello proposto dai cinque componenti della band è infatti un crossover estremo dove con precisione math-rock s’incastrano un wall-of-sound degno del metal più nero, esplosioni soniche al limite dell’hardcore, schegge roventi di noise elettronico e persino le atmosfere gotiche e luciferine del blues più desertico: ad impreziosire una ricetta già esaltante è poi la portentosa presenza vocale del frontman Taichi Nagura che, abbandonata ogni intelligibilità in favore di suoni e versi onomatopeici, spazia senza soluzione di continuità tra il growl più rauco e urla disperate, tra pianti liberatori e lirici mormorii.
Così Through the Mirror è un disco che inizia come una versione sotto steroidi del già massiccio e regolare Drastic Classicism di Rhys Chatham e finisce slabbrato e psichedelico, memore del recente sludge avanguardista degli inglesi Sadgiqacea: tra queste due estremità si possono poi scovare elementi, citazioni e riferimenti che muovono dal metal moderno ed emotivo dei Deftones all’eclettismo heavy-jazz dello Zorn più schizzato, dal techno-noise impazzito e claustrofobico di Samuel Kerridge a chitarre lancinanti, tra il noise primigenio dei Sonic Youth e il rock più classico e rovente, ma sempre malato e distorto, dei Jane’s Addiction.
Rispetto all’esordio, il già eccellente MAMA del 2014, questo sophomore-album appare più meditato e coeso, meno frantumato nonostante la varietà, oltre a mostrare specialmente nel suono della sei corde una tendenza sempre più post-core (merito forse anche della collaborazione in fase di registrazione e missaggio di Kurt Ballou, chitarrista dei Converge): accorgimenti, piccoli segnali di una crescita artistica che non inficia mai sulla surrealista irruenza del gruppo, divenuta ora ancor più universale e perturbante.
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