Recensioni
Yao Bobby
MC Yallah
Diamonds EP
Kubali
-
Nicolò Arpinati
- 8 Ottobre 2019


Abbiamo trascorso l’estate cercando di analizzare le principali e più suggestive traiettorie della musica africana e il loro intrecciarsi con i suoni dell’elettronica più contemporanea (e spesso britannica), ma anche questo autunno continua a offrire pregevolissimo materiale sonico nato dall’incontro/scontro tra Europa e Africa: i due dischi che andiamo infatti ad esaminare sono entrambi frutto di collaborazioni tra artisti provenienti dalle sponde opposte del Mediterraneo.
Keniota di origine, ma cresciuta in Uganda (come ugandese è anche la label HAKUNA KULALA che supporta il progetto e che abbiamo già imparato a conoscere anche su queste pagine), MC Yallah è uno dei nomi di spicco della scena dancehall dell’Africa orientale, qui affiancata dal producer francese Debmaster, uno di quegli artisti di assoluto culto, cresciuto nell’ambiente creativamente libero e onnivoro delle net-label di fine anni zero e svezzato con strumentali hip-hop, curiosità post-dubstep e persino consistenti dosi di 8bit-music: in Kubali l’affiatamento tra i due funziona alla perfezione, con il beat-maker (recentemente trasferitosi a Berlino dalla natia Lilla) che sforna una serie di basi strumentali mega-sature e mai così scarne in precedenza nella sua produzione, eccezionali per le liriche che una MC Yallah in forma smagliante snocciola con grande sicurezza e spesso anche aggressività. Tra le tracce dell’opera, comunque tutte notevolmente trascinanti e ballabili, spiccano però la filastrocca grimy di Balibanyoma e le distorsioni da incubo di Teba Kuda Mabenga, mentre le due versioni di Sifa Leero giocano ad alternare frenesia bass e vibrazioni post-industriali, così come capita nelle brevi strumentali che aprono, chiudono e puntellano il lavoro, testimonianza concreta della crescita di Debmaster dai già buonissimi esordi autarchici. (7)
Gira su coordinate più ostiche e caustiche invece l’ep realizzato a quattro mani dal togolese Yao Bobby, una vera istituzione nella scena hip-hop del suo paese, e dallo sperimentatore elettronico Simon Grab (che, sempre in questo 2019, abbiamo apprezzato per l’ep Extinction): a esser sinceri, dal producer svizzero, autore di un elettronica cupamente ambientale, mutante e hd, mai ci saremmo aspettati un lavoro, per quanto breve, che girasse dalle parti di dancehall, grime e hip-hop. E infatti Diamonds (arricchito dal remix della titletrack firmato da Dhangsha degli Asian Dub Foundation, quasi un passaggio di testimone in una staffetta polemicamente e irresistibilmente no borders) suona assolutamente alieno: è una dancehall claustrofobica e spesso modulare (oltreché anticapitalista, come ci tengono a sottolineare i due autori), che alla consueta rotondità dei grooves preferisce suoni taglienti, battiti irregolari e pulsanti, persino violentissime cacofonie su cui Yao Bobby si esibisce istrionico e mai accomodante o consolatorio. Anzi, uno dei meriti maggiori di Diamonds, ancor di più rispetto al sopra citato Kubali, è quello di evitare in ogni maniera lo stereotipo dance che spesso si accompagna alle musiche dell’Africa in favore di uno scomodo iperrealismo sonoro capace di rendere davvero l’ingiustizia che caratterizza gli attuali rapporti tra Europa e Africa. (7,2)
Amazon
