Recensioni
DJ Marcelle / Another Nice Mess
Jhon Montoya
One Place for the First Time
Otun
-
Nicolò Arpinati
- 17 Giugno 2019


Nonostante le recenti elezioni europee non abbiano portato la temuta spallata sovranista, amministrazioni esplicitamente razziste e nazionaliste governano ancora in molti paesi, con i vari Bolsonaro, Trump e Salvini in cima alle liste di gradimento di molti elettori anche grazie a una propaganda scorretta e particolarmente invasiva. Eppure, sin dalla scoperta delle Americhe e dal conseguente sviluppo dei vari imperi d’oltremare (inglese, spagnolo, portoghese, persino noi italiani ci abbiamo provato), il nostro globo è straordinariamente connesso e la mobilità delle persone e delle cose è una delle sue caratteristiche principali, oltreché spesso il motore della sua evoluzione. E se la politica tende a non voler riconoscere questa realtà, il mondo della cultura s’impegna da anni a ribadire e spiegare anche ai più diffidenti come gli spostamenti non siano solo inevitabili e potenzialmente fruttuosi per tutti coloro che sono coinvolti, ma anche che le radici di questo fenomeno sono condivise e ben più profonde di quanto si possa pensare.
Negli ultimi anni è stata probabilmente la musica elettronica il campo in cui questi collegamenti tra paesi e culture distanti e differenti sono emersi con più vigore (come per rispondere a politiche sempre più disumane e miopi): dal collettivo pakistano Jaubi che omaggia contemporaneamente Nas e la non facile vita nella capitale Laore al grime ottomano di Sami Baha si sono moltiplicate esponenzialmente le contaminazioni tra suoni e luoghi lontani. Solo recentemente parlavamo, per esempio, di Lamin Fofana e delle sue riflessioni soniche sulla diaspora africana in Europa, mentre è attesa a breve la bellissima raccolta approntata dalla francese InFiné sulle prime, coraggiose e sperimentali incursioni electro dell’Isola della Reunion (ex colonia dei cugini d’oltralpe per l’appunto). A conferma di quanto detto finora abbiamo recuperato due album, usciti entrambi a maggio, che si muovono, per tutta la loro durata, sempre in bilico tra culture, mondi, ritmi e luoghi diversi.
Anche se solamente all’esordio, l’olandese DJ Marcelle è una veterana di festival, consolle radiofoniche e turntables (sono addirittura tre quelli con cui si esibisce solitamente): One Place for the First Time è uno strano oggetto dove collidono avanguardia elettronica, echi, riverberi, rumorismi assortiti e un’attenzione per il groove onnivora, curiosa e centrifuga (come esplicitano la breve introduzione She Plays Vinyl, costruita sul campionamento delle parole con cui il vocalist ha presentato la DJ allo scorso Nyege Nyege Festival in Uganda, e una Don’t Touch the Table che prende un avvertimento al pubblico e lo trasforma in titolo ed irresistibile refrain). Nella ridotta tracklist si susseguono improbabili fusioni tra Death Grips e Cibo Matto (Respect My Snack Foods), percussioni tribali (la pirotecnica Respected Caged Animals), incalzanti poliritmi africani virati noise (la cupissima e potente Annoying Well Meaning People), inaspettate incursioni nella tradizione francese (There, che rilegge e distorce Frere Jacques come neanche Jean Jacques Perrey & Luke Vibert) e genuini omaggi a una delle maggiori passioni di Marcelle, la dub-music. (7.1)
Gira su coordinate diverse – meno avanguardiste e decisamente più local – invece, il disco del colombiano (ma stabile da qualche anno a Treviso) Montoya: il nuovo album Otun esce per l’etichetta di Buenos Aires ZZK Records, dopo l’esperienza con l’italiana White Forest Record, e approfondisce il legame tra l’artista e la sua terra (lontana). Tra cumbie elettroniche, tributi all’influenza del continente africano (Hei Avi!!!) e sorprendenti spunti pop (i due brani affidati alle voci femminili di Pedrina e soprattutto Nidia Gongora) il disco declina un folk andino ed elettronico in bilico tra passato e futuro, conciliando differenti visioni del mondo e del ritmo. (7.2)
I due album qui trattati, con le loro differenze e contemporaneamente con il loro tentativo (spesso riuscito) di mettere in contatto punti diversi del globo, non sono altro che l’ennesima conferma di come il nostro pianeta sia intrinsecamente collegato in ogni suo punto, anche in quelli più remoti, e come questa rete di contatti e frequentazioni, per quanto destabilizzante a tratti, possa essere fruttuosa (e dunque è stupido volerla spezzare).
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