Recensioni

Nel gergo dei cowboy Maverick è il termine utilizzato per indicare i giovani capi di bestiame privi di marchio. Difficili da inquadrare e domare, proprio come il progetto Maverick Persona che vede, per la prima volta, collaborare i due artisti brindisini Amerigo Verardi e Matteo D’Astore, in arte Deje.
Generazioni differenti che si incrociano, fondendosi con risultati degni di nota, sull’asse Bari-Lecce laddove le strade conducono all’etichetta (sempre) pugliese NOS Records che – alla fine del 2023 – ha messo giù l’interessante album-tributo ai Massimo Volume, STAGIONI che vedeva, tra gli altri, in scaletta anche gli stessi Maverick Persona. Insomma ogni cosa al suo posto, come nel più genuino progetto a chilometro zero.
What Tomorrow? è la domanda a cui provano a dare una risposta i Nostri, accomunati da passioni, visioni sonore e filosofiche sulla vita che sono anche il filo conduttore delle narrazioni a cui ci ha abituati Verardi – basti pensare al numero di indizi disseminati lungo questa nuova prova e che riconducono all’eterogeneo doppio album Hippie Dixit (2016) – e che trovano terreno fertile nel modo in cui Deje è capace di modellare il linguaggio dell’elettronica più sperimentale. Passaggi che sconfinano nei territori onirici dell’ambient in quota Brian Eno, passando per un alfabeto sonoro che sonda le derive sonore del krautrock di matrice seventies, del (free)jazz, dell’etnica pur senza mai perdere quello sguardo malinconico e squisitamente pop. Corti circuiti che mettono in contatto la granulosità elettronica di Rainy Miller e Space Afrika di A Grisaille Wedding, l’ecletticità dei più recenti Yard Act (Where’s My Utopia?) mescolando insieme l’estaticità di Ryder-Jones e il più introspettivo Mark O. Everett.
Il domani immaginato dai Maverick Persona è specchio della propria musica: “politica” nell’accezione più visionaria del termine e caustica nei confronti di qualsivoglia forma di discriminazione e sopraffazione. All’indomani delle manganellate sugli studenti che manifestano per la pace, Verardi e D’Astore mettono a punto – fregandosene di mode e algoritmi – un album che rifugge facili etichette e che si interroga sulle contraddizioni di una contemporaneità dai contorni sempre più fumosi e neri.
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