Recensioni
Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett
Finché morte non ci separi
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Davide Cantire
- 29 Ottobre 2019

Inutile negarlo, i prodotti horror migliori di questo 2019 sono quelli che spesso affiancano alla loro una natura squisitamente “leggera”, per non dire sfacciatamente comica. Ne sono un esempio evidente pellicole come I morti non muoiono di Jim Jarmusch, Ancora auguri per la tua morte di Christopher Landon o Little Monsters di Abe Forsythe. Quando si è affrontato il genere con una certa serietà ci si è spesso scottati (come nel deludente It – Capitolo due o nello spregevole Pet Sematary, guardacaso entrambi di matrice kinghiana), ma abbiamo potuto toccare con mano l’estro di giovani autori in erba e dal futuro prosperoso (è il caso di Noi di Jordan Peele o Midsommar di Ari Aster). Tornando alla forza comica che certi prodotti pensati con un nucleo decisamente orrorifico serbano al loro interno non è strano pensare a un film come Game Night – Indovina chi muore stasera? in merito a questo Finché morte non ci separi. Entrambi prendono spunto da un gioco di società e tutti e due non risparmiano critiche all’odierna società (e alla perenne lotta di classe) anche per mezzo della pura (ultra)citazione pop di turno (doveroso citare anche You’re Next di Adam Wingard).
L’escamotage narrativo è semplice: una ragazza di umili origini convola a nozze con il rampollo di una ricca famiglia la cui fortuna è costruita su un impero dei giochi da tavolo. La prima notte di nozze ella dovrà – come da tradizione – giocare a uno a caso dei giochi proposti dalla famiglia estratto a sorte. La sfortunata, tuttavia, sceglie l’unico che darà il via a una vera e propria caccia: nascondino. Se riuscirà a sopravvivere fino all’alba del giorno dopo, avrà salva la vita. Solo che lei ancora non lo sa. Non sarebbe stato difficile scadere nel mediocre dato tale impianto, ma Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett dimostrano di possedere una buona mano dietro la macchina da presa (dopo il buon esordio lungo ne La stirpe del male, sempre in coppia) e fin dalle prime battute mostrano allo spettatore che sì, qui c’è poco da scherzare, ma la risata è l’arma più potente con cui poter mandare un messaggio molto forte con il rischio calcolato e settato per evitare polemiche o boicottaggi vari (un po’ quello che è invece accaduto a The Hunt, pellicola dalla tematica comune, cancellata addirittura in seguito a un tweet di Donald Trump).
Bettinelli-Olpin e Gillett ne hanno dunque per tutti: per la classe più abbiente che sembra ignorare il resto della popolazione continuando a vivere trincerata nella propria bolla e ammettendo tra le sue fila solo coloro che decidono di sottomettersi senza remore; nel filtro narrativo vi è pure il tempo di scagliare un’invettiva contro il sistema – americanissimo – delle sette e delle false credenze (anche se il plot-twist finale è un divertissement squisitamente cinematografico); e ancora siamo in grado di trovare e riconoscere un immaginario visivo che in più di un’occasione strizza l’occhio ai maestri: da Kubrick a Carpenter passando inevitabilmente per citazioni a Kill Bill e Rec 3: La Genesi, dove al centro vi era la figura di una Sposa assetata di sangue. Nel ruolo si conferma semplicemente perfetta Samara Weaving (nipote di Hugo), che già in La babysitter aveva potuto dar prova di non essere la solita scream queen di turno, ma di saper reggere un intero film sulle proprie sanguinanti spalle.
Finché morte non ci separi riesce quindi a essere una critica sferzante all’oggi non risultando mai pedante, forte delle venature comiche all’interno di dialoghi, situazioni e messa in scena, in una sintesi perfetta tra dramma e commedia, dove l’uno non ha mai il privilegio di prevalere sull’altra.
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