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7.5

“Mississippi is a beautiful place, Mississippi is a beautiful place” si sente ripetere verso la fine del disco da una voce femminile, come fosse un mantra distante. E un mantra lo è, eccome. È quello del blues delle origini, quello del Delta che, come i rivoli del fiume che attraversa longitudinalmente gli Stati Uniti, si allarga a dismisura fuori dal tempo e dallo spazio, per accogliere adepti come la qui presente Matana Roberts. Autrice dello splendido Les Gens De Couleurs Libres e musicista del giro (anche) Godspeed…, per questo secondo appuntamento con la serie Coin Coin la Nostra riduce il personale e sposta il luogo di registrazione, quasi a voler significare una maggiore attenzione alla materia musicale.

Non più multiforme ed eterogenea big band ma formazione a sei – sono della partita, oltre al sax, voce e direzione di Matana stessa, Jason Palmer (tromba, voce), Thompson Kneeland (contrabbasso, voce), Jeremiah Abiah (voce tenore d’opera), Shoko Nagai (piano, voce) e Tomas Fujiwara (batteria, voce) – e trasferimento in quel di NYC, per un lavoro meno irruento e spiazzante rispetto al citato volume 1, ma altrettanto incastrato dentro una sorta di rievocazione/riedizione del blues delle origini a uso e consumo di tutti i tempi.

C’è infatti nel flusso ininterrotto delle 18 tracce di Mississippi Moonchile la stessa forza evocatrice di un canto distante nel tempo ma immediatamente riconoscibile, come un canto dell’animo intento a celebrare un luogo specifico della memoria collettiva – in questo episodio meno esplosivo e molto più vario nella resa sonora (funereo, orgiastico e colorato alla New Orleans, soffuso e sensuale, sofferto e dignitoso, ecc) – inserito in una mappatura più ampia che durerà lo spazio dei 10 album previsti.

Un lavoro che è, dunque, un luogo della mente in cui convivono le influenze stilistiche dichiarate – Roscoe Mitchel, Henry Threadgrill, Anthony Braxton, tra le altre – ma che è anche luogo fisico, tangibile, carnale nelle sue movenze vitali, da cui si muove un feeling totale e totalizzante di matrice avant-jazz capace di catturare l’attenzione di chiunque vi si ponga all’ascolto, qualunque sia il suo background e la sua conoscenza musicale.

È, dopotutto, la memoria il vero fulcro narrativo dell’opera e gli spoken word selezionati così come i riadattamenti dei traditional folk (Benediction, River Ruby Dues, Woman Red Racked) – per non dire delle capacità di personalizzazione di un bagaglio musicale “nero” e bluesy onnivoro e mai scontato – ne sono esempio tangibile. È uno scavo nella Storia personale e collettiva, nella cultura “nera” ma anche in quella musicale di tutti noi. Matana Roberts, che questo principio l’ha anche nel nome di battesimo, ce ne fa dono con un secondo lavoro se possibile ancor più intenso del precedente.

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