Recensioni

7.2

Dopo dieci e più anni di progetti vari, dal vivo e in studio, l’ex chitarrista di CCCP e CSI torna a pubblicare un album di canzoni vere e proprie: l’ultima volta fu il 2013 di Un’infinita compressione precede lo scoppio, in condivisione con Angela Baraldi, mentre qui torna ad essere titolare e regista assoluto del progetto. Non si tratta di generica voglia di autonomia, e anche la scelta della forma canzone ha i suoi motivi: Zamboni, infatti, dopo aver parlato delle sue varie patrie, geografiche e spirituali (l’Emilia e l’URSS passim, Berlino in Sonata a Kreutzberg e in due libri, la Mongolia in T.R.E. e poi in documentari, nella colonna sonora del secondo di questi e nel bel libro La macchia mongolica), ha sentito il bisogno di parlare di quella che in teoria sarebbe quella propriamente detta, ovvero l’Italia.

Lo fa usando una parola “pesante” e sfuggevole come appunto “patria”, il cui uso violento, ottuso e spesso sanguinoso, insieme a una confusione coi concetti di “nazione” o, ancora peggio secondo il Nostro, di “stato”, l’ha resa difficile da pronunciare in senso neutro (ovvero come indicazione del luogo cui si appartiene come origini, cultura, anche sentimento); e anche se i libri di Storia delle medie ci spiegano la differenza tra un nazionalista e un patriota, alla fine chi non vuole mischiarsi a chi usa quella parola per escludere (quando non proprio come una clava) fatica proprio a raggiungere un’identificazione nazionale, ne ha perso anche il concetto. Perché, dice Zamboni, ci sono tante cose di cui essere fieri anche nei momenti drammatici o quando la decadenza appare lunga e inesorabile, o quando i segnali, gli spunti le energie positive restano frammentati e segnati da individualismi. Zamboni, pur avendo un passato pieno di canzoni riflessive, nelle quali si esprimevano ragionamenti e concetti anche densi ed alti, qui sceglie di lasciare sullo sfondo il discorso sulla necessità di riappropriarsi della parola “patria” e su quella di rappacificarsi con le proprie origini ed appartenenze per andare a guardare e riflettere sullo stato attuale del suo e nostro controverso paese.

Ed è quasi normale, parlando di Italia, partire dal paesaggio: le marine che si incontrano in abbondanza a causa delle lunghissime coste, dove il confine tra il blu aereo e quello dell’acqua sono «cubi di case bianche», preludono all’immagine del mare in parte come confine e in parte come tramite per «tutti gli altri» che cercano fortuna qui, un po’ «margine di gioia da attraversare», un po’ qualcosa che oltre a rilassare «opprime» perché si sentono «le voci urlare»: l’ondeggiare del brano, vicino alla Cristina Donà di Goccia, già dice che accanto ai tentativi di cantautorato classico non manca la pratica col modo in cui si è evoluto il genere. La litania incalzata da una ritmica pesante di Canto degli sciagurati, intanto, è pienamente CSI anche nelle chitarre lunghe del finale, poi con Ora ancora arriva il primo saggio della “svolta” cantautorale in scaletta: su toni tra certo Guccini e l’altro corregionario Lolli (ma volendo anche Fanigliulo), Zamboni enuncia la necessità di smetterla con mediazioni al ribasso (ben diverse dalla nobile «sorella sconfitta» del suo primo album solo), con i primi versi che ricordano quelli iniziali de La sposa occidentale nel modo provocatorio di usare la parola “pretesa” per indicare le giuste rivendicazioni. In realtà si tratta di un brano vecchio (era già apparso nel 2012 sul live con amici 30 anni di ortodossia) ma in questo progetto calza a pennello (anche se su stilemi compositivi quasi troppo classici), e continua ad essere attuale il tema della fuga di cervelli, quella nuova emigrazione italiana mediaticamente messa in ombra dagli arrivi. Un tema importante che torna anche nella canzone che intitola il disco (canto accorato a metà tra quanto già fatto e la canzone più classica, dove le critiche, anche qui come già spesso nel suo canzoniere, sono osservazioni generali sul piano filosofico più che accuse dirette), visto che l’espressione «patria attuale» viene usata per dire che «non ama talenti» (e già che ci siamo, c’è anche una strizzata d’occhio al Gattopardo con il verso «paese che nel cambio resta uguale»).

Si torna all’ombroso con Italia chi amò, sorta di blues in tre quarti dall’intricato schema ritmico e una chitarra Calexico, per uno dei brani migliori del lotto, come pure Tira ovunque un’aria sconsolata, altra prova di cantautorato classico nella quale le riflessioni desolate vengono svolte, con un sorriso amaro, piegando e adattando ai pensieri dell’autore versi dalle più classiche canzoni italiane. Felice anche il ripescaggio di Nove ore, anche questa scritta anni fa per una colonna sonora e incisa soltanto nel live con la Baraldi del 2011 Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione, brano più introverso degli altri dalla bella melodia alla cui veste viene tolta un po’ dell’elettricità che aveva nel live, un autoritratto obliquo che meritava questa maggiore visibilità.

Il finale è affidato a due brani importanti: Fermamente collettivamente, che alterna un sommesso spoken word evocante l’amato Battiato a un ritornello da folk militante nel quale oltre a declinare diversamente il «conviene» già nel vocabolario CCCP ritira fuori la parola «compagni» per rivolgersi ai propri, invitando alla consapevolezza e alla vigilanza rispetto al possibile ritorno di tempi oscuri e affermando che, anche se «Lentamente, ogni cosa che ci empiva, dimorava, si ritrae», è il momento di abbandonare l’immobilismo della coscienza nato da certi passaggi storici un po’ guidati, un po’ lasciati passare. Ultima viene Il modo emiliano di portare il pianto, tra strofe recitate con ritmo da Vasco Brondi ma più sereno nelle quali si riassumono considerazioni generali, tra cui quella che andrebbero accettati certi cambiamenti (stavolta da tutti) e d’altra parte bisognerebbe abbandonare vecchie idee come quella dei confini (d’altronde «questa terra indocile non teme di farsi attraversare») mentre nel ritornello sembra di sentire le fanfare che a Cavriago accompagnavano certe celebrazioni popolari importanti raccontate in La trionferà.

Il risultato è che l’autore fa un passo avanti partendo da due indietro: l’apertura verso altri stili della forma canzone, nata dalla voglia di fare un disco “interventista” sul presente, pur con un paio di passaggi melodici e armonici prevedibili, è condotta senza rinnegare lo stile meditativo elaborato nel corso della sua carriera, col risultato che mentre il disco può richiamare Linea Gotica, è anche il più vario e articolato del suo percorso solista.

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