Recensioni
Massimo Zamboni
Un'infinita compressione precede lo scoppio
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Stefano Solventi
- 5 Maggio 2013

Potremmo elucubrare a lungo sulla scelta di Zamboni di affidarsi ad alter ego femminili, quasi a prendere le distanze e assieme voler esserci, un percorso che col senno di poi potremmo far risalire all’ingresso di Ginevra Di Marco nei CSI, proseguita nella collaborazione con Nada ed approdata oggi – come il compimento di un percorso dialettico – al sodalizio con Angela Baraldi, sorta di sintesi quest’ultima tra la brusca fisicità della livornese e la carnale sericità della Di Marco. Soprattutto, è fin troppo evidente come Angela sia fan della calligrafia Cccp-CSI, quindi immancabilmente votata ad un approccio “ferrettiano”. E’ questo il limite principale del qui presente Una infinita compressione precede lo scoppio, disco che vede Zamboni tornare sul luogo del delitto come in una specie di gioco di ruolo, proseguendo quella prassi revivalista già avviata con le riletture del repertorio di Solo una terapia: dai CCCP all’Estinzione, chiamando oltretutto i vecchi sodali Gianni Maroccolo e Giorgio Canali a dare una mano.
Stavolta però si tratta di brani inediti, sia pure legati a doppio filo alle produzioni del passato. E’ un po’ come se Zamboni volesse dirci, attraverso canzoni che tentano di ritagliarsi un senso nel presente, quanto il portato di quel discorso – rimasto in gran parte appannaggio del Ferretti ieratico/eremita – gli appartenesse più di quanto la vulgata non ami accettare. Ma in questo riecheggiare di testo (appassionato ma un po’ esausto) e sottotesto, l’ascolto ne esce come penalizzato, l’urgenza espressiva sembra sbiadire nel carosello di rimandi stilistici e temporali. Tra j’accuse sdegnosi e gravi altezza Linea Gotica (In rotta), palpitazioni tenui infuse di particelle bristoliane (Vorremmo esserci, Protezione in negativo) e invettive a cuore paranoico in sella a wave punk baldanzosi (Lamenti, Sbrai), ti sembra di passeggiare in un museo delle cere dove la somiglianza tenta di farsi arte. Meglio va con l’ibrida Ad ora incerta, un po’ ballata wave asprigna e un po’ acquerello sintetico in stile – ops! – PGR.
Ferma restando l’onestà della proposta, tocca di nuovo augurarci di non dover assistere ad una “nomadizzazione” della combriccola di ex-Cccp/CSI: ascoltando il ritornello di Parlare non toccare, degno ahimé di una Gianna Nannini qualunque, qualche timore sembra giustificato.
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